ISLAM SUBSAHARIANO

Approfondimento e futuro aggiornamento di questa sezione si troverà, nel maggio 2005, sul sito: http://it.geocities.com/lorenzoscarola

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Speciale, dal n. 3/1998 di AFRICA

L’ISLAM SUBSAHARIANO

di Joseph Stamer

PISAI - Pontificio Istituto di Studi Arabi e d'Islamistica

L’Africa subsahariana sta attraversando una crisi profonda di identità culturale e sociale. In questo contesto la religione islamica sta moltiplicando gli sforzi per espandersi e radicarsi, assumendo forme alquanto variegate.

In tale situazione è ancora possibile e come l’incontro e il dialogo tra cristiani e musulmani?

1) Islam e cristianesimo a confronto nel cuore dell’Africa

2) Risveglio delle comunità musulmane

3) I diversi livelli del dialogo islamo-cristiano

1. Islam e cristianesimo a confronto nel cuore dell’Africa

L’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Africa, in parecchi dei suoi documenti ha presentato l’Islam come "un interlocutore importante, ma difficile" per un dialogo con la Chiesa cattolica.

"... Interlocutore importante a motivo dei suoi valori religiosi autentici, dei suoi numerosi adepti e delle radici profonde che ha messo in molte popolazioni africane". Ma d’altra parte "

... interlocutore difficile nel dialogo, a motivo della mancanza di un concetto e un linguaggio comune per il dialogo". E’ in questi termini del resto che il Papa Giovanni Paolo II si era rivolto già nel gennaio 1990 ai Vescovi del Mali durante la sua visita a quel paese. Egli voleva invitarli così a un impegno più spinto nell’incontro islamo-cristiano.

Queste parole del Papa possono servire da filo conduttore per scoprire cos’è oggi l’Islam nell’Africa a sud del Sahara e quali sono i presupposti e le vie per un incontro autentico con i musulmani africani.

Le tappe dell’islamizzazione

Quanti sono? Ecco una domanda che incontra risposte nettamente differenti, secondo che ci si rivolge a fonti musulmane o occidentali. I censimenti ufficiali, per quanto ci si possa fidare, sono di poco aiuto. Nella maggioranza degli stati africani l’appartenenza religiosa non è recensita. Non si possono avere, quindi, che delle stime, che indicherebbero un certo rapporto di forza.

La maggioranza delle organizzazioni islamiche internazionali, quando pubblicano statistiche sull’Africa, non hanno altro scopo che di confermare con le cifre un "credo" islamico fondamentale: l’Africa è un continente musulmano.

Così possiamo trovare percentuali che vanno fino al 40 - 50 %, per paesi dove i musulmani in realtà sono una minoranza di meno del 10 %.

Sarebbe un grave errore e certamente qualcosa che pregiudicherebbe un sano incontro lasciarsi allarmare da cifre simili.

Quanti sono effettivamente oggi i credenti dell’Islam in Africa sub-sahariana?

Seguendo le linee storiche dell’espansione dell’Islam, si può dividere l’Africa in tre zone (escludendo l’Africa del Nord).

L’Africa occidentale ha una media che si aggira sul 50 % di musulmani, frutto di una presenza e di un progresso millenario a partire dalle vie commerciali transahariane.

L’occupazione secolare delle coste dell’Oceano Indiano ha dato vita a minoranze importanti in tutti i paesi dell’Africa orientale, eccettuati il Sudan ed il Corno d’Africa dove i musulmani sono la maggioranza.

La Tanzania col 30 % costituisce, in qualche maniera, l’Africa in miniatura, perché quella è la media approssimativa per tutto il continente.

In Africa centrale ed australe, le comunità musulmane sono nettamente minoritarie (1 - 2 % in media), frutto di una immigrazione recente e quindi, spesso, estranea al paese. Si può così dire globalmente che un Africano su tre è musulmano.

In questo quadro molto generale, bisogna ricordare che, malgrado l’impressione contraria e certe pubblicazioni allarmanti, il Cristianesimo, nell’insieme delle varie confessioni, progredisce in Africa più rapidamente che l’Islam, naturalmente alle spese della Religione tradizionale.

I musulmani lo sanno molto bene. Nelle loro conferenze internazionali questo punto è evocato continuamente come una minaccia per il "carattere islamico" dell’Africa.

Minoranza influente

Le cifre non sono neutre, ma per quanto esatte non dicono niente sulle tendenze e i dinamismi che attraversano le comunità religiose.

Non dicono niente soprattutto sull’influenza di fatto che l’Islam esercita attualmente sui suoi adepti, sulla cultura africana, sulle strutture sociali e politiche. Se l’Islam costituisce una sfida per i Cristiani africani, non è tanto a causa del suo numero o del suo rapido aumento, ma per la vitalità e il dinamismo che mette in opera.

Non sarebbe la prima volta nella storia che una minoranza dinamica e bene organizzata determina la sorte di una maggioranza apatica. D’altra parte, i rapporti islamo-cristiani più promettenti sono vissuti nei paesi a larga maggioranza musulmana, come nei paesi del Sahel in Africa occidentale, dove le comunità cristiane non rappresentano alcuna minaccia per i musulmani e sono pienamente riconosciute ed apprezzate da essi.

Invece, i paesi che presentano tensioni e conflitti sono quelli dove Cristiani e adepti della Religione tradizionale formano minoranze importanti, talora culturalmente diverse. E’ il caso, per esempio, del Sudan, del Ciad, della Nigeria...

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Il ruolo dei commercianti

Un breve sguardo sullo sfondo storico della penetrazione dell’Islam in Africa è certamente utile per ben comprendere quello che sta succedendo oggi nelle comunità musulmane. L’Islam non è un nuovo venuto in Africa.

A proposito di questa millenaria storia musulmana in Africa, ci sono due importanti osservazioni da fare.

Anzitutto si tratta di una storia in gran parte non violenta.

In Africa sub-sahariana i principali propagatori dell’Islam sono stati, e sono ancora oggi, i commercianti.

Sulle coste orientali dell’Africa come sulle rive sabbiose del Niger in Africa occidentale dei commercianti musulmani hanno fatto la loro prima comparsa più di mille anni fa.

Da una parte e dall’altra, in un primo tempo questi commercianti appartenevano a dei gruppi scismatici, e per questo emarginati, dell’Impero musulmano.

Forse è questa una delle radici del pregiudizio sempre sfavorevole che i musulmani africani incontrano nei loro confronti da parte dei loro correligionari. La loro ortodossia è sempre sospetta.

L’Islam ha fatto così il suo ingresso in Africa all’est e all’ovest, mentre la via centrale, lungo la valle del Nilo, gli è stata chiusa per secoli, dalla presenza dei regni cristiani di Nubia, la parte settentrionale dell’attuale Sudan.

In Africa occidentale i primi rappresentanti dell’Islam, commercianti berberi o arabi, sono stati sostituiti da Africani, commercianti o letterati o l’uno e l’altro insieme, formati nei grandi centri di cultura musulmana che erano Tombuctù e Djenné, e più tardi nelle città haussa, come Kano, Zaria ed altre.

Erano l’elemento centrale, la spina dorsale attorno alla quale dei capi, sommariamente convertiti all’Islam, hanno costruito i grandi imperi musulmani del Medio evo, l’impero del Mali, di Gao o, più all’ovest il Kanem-Bornu.

Anche se questa prima dominazione musulmana sull’insieme dell’Africa occidentale, tra la foresta tropicale e il deserto, non ha contribuito ad una islamizzazione su vasta scala, essa ha lasciato nella coscienza collettiva degli Africani l’immagine dell’Islam come religione del prestigio, del successo, la via per accedere a un mondo superiore del sapere e del potere.

I centri commerciali sulla costa orientale dell’Africa sono rimasti, invece, durante secoli dei piccoli sultanati isolati, senz’altro legame fra loro se non le relazioni commerciali. Più tardi la vasta rete delle confraternite sufi si incaricherà di portare il messaggio coranico più lontano e soprattutto di renderlo accessibile alla mentalità africana.

Una prima conclusione si impone a questo punto: la guerra santa o le guerre di conquista in nome dell’Islam, anche se ce ne sono state, non hanno mai avuto una parte importante nell’espansione dell’Islam in Africa, diversamente che in altre regioni del mondo musulmano. Un giudizio più sfumato bisogna portare su un altro flagello, anch’esso legato spesso alla presenza violenta dell’Islam in Africa: il commercio degli schiavi.

Per secoli interi lo schiavismo e il profitto che ne derivava non sono stati un fatto soltanto dei musulmani.

E’solo nel 19° secolo che la caccia agli schiavi viene organizzata su vasta scala da musulmani ed ha lasciato tracce indelebili, tanto sulla carta dell’Africa che sulla coscienza degli africani.

Da una parte, in Africa orientale la presenza maggioritaria dei musulmani segue ancor oggi le antiche vie del commercio degli schiavi, dalla costa verso l’interno, o nel senso inverso.

Altrove, negli antichi "terreni di caccia" quali il Sudan e il Ciad, i conflitti attuali originati dalle differenze etniche, religiose e culturali sono certamente esacerbati dal ricordo ancora recente degli schiavisti musulmani.

Il supporto della cultura africana

In molte regioni dell’Africa, dopo secoli di coesistenza fra centri commerciali musulmani e popolazioni rurali che seguivano la via degli antenati, l’Islam ha sostituito progressivamente la Religione tradizionale senza violenza alcuna.

Si potrebbe citare tutta una serie di elementi che esprimono una prossimità culturale e sociologica tra le due religioni e favoriscono, così, questo passaggio. Ma ce ne sono altri nei quali le due religioni, almeno in un primo tempo, si oppongono radicalmente.

Il culto degli antenati, elemento centrale di ogni spiritualità africana, così come il ricorso ad altri intermediari, forze della natura o feticci, non hanno alcun posto nella pratica autentica dell’Islam.

Sarà l’opera delle confraternite sufi penetrare questi elementi centrali dell’universo religioso africano e dar loro un significato nuovo, islamico.

Sulla costa orientale, la coabitazione pacifica di commercianti arabi o arabizzati e di popolazioni bantu ha prodotto nel corso dei secoli un altro risultato sorprendente: una nuova lingua e cultura, pienamente africana, ma musulmana: la cultura Swahili.

Più tardi, con la penetrazione verso l’interno degli schiavisti e all’epoca coloniale con la penetrazione delle confraternite sufi, il Swahili è diventato lo strumento privilegiato per l’espansione di un Islam già inculturato.

A confronto coll’Africa occidentale, l’unità linguistica e culturale è un vantaggio fondamentale dell’Islam est-africano.

Per una istruzione religiosa musulmana non c’è bisogno di ricorrere immediatamente alla lingua araba.

Il Kiswahili, attraverso tutta la sua terminologia religiosa, mutuata certo dall’arabo ma secondo una maniera di pensare e di espressione africani, è perfettamente in grado di trasmettere il pensiero religioso dell’Islam, dandogli un sapore africano.

Una Chiesa africana che riflette e cerca come radicare il messaggio evangelico nella o nelle culture africane, difficilmente può ignorare questa esperienza musulmana, che ha prodotto una tale letteratura, abbondante e largamente diffusa.

La forza del Corano

Le confraternite sufi avevano preparato il terreno già nel secolo 18°.

Il culto degli antenati, espressione tradizionale di una solidarietà e di una dipendenza esistenziale del gruppo da un antenato eponimo attraverso una linea ascendente sempre ricordata e presente, trova una nuova espressione spiritualizzata nella catena di dipendenza spirituale che, dal semplice membro di una confraternita, risale a chi è stato il suo iniziatore, fino al fondatore eponimo della confraternita, e, attraverso lui, più oltre fino al fondatore dell’Islam.

Così, diventando musulmano, un nuovo universo religioso, strutturato in maniera simile, subentra all’antico, ma, in un contesto socio-politico sconvolto, garantisce una sicurezza migliore ed apre a un orizzonte più universale.

Analogamente, per i bisogni più immediati della vita concreta, i problemi familiari o di rapporti, le angosce create dalla malattia o dalla sterilità, invece che ricorrere allo stregone o altra personalità magica, si ricorre alla forza soprannaturale racchiusa nelle Scritture (il Corano), in ciascuna delle sue lettere.

Il marabutto (letterato musulmano), fabbricante di incantesimi e di amuleti, sostituisce tutta una serie di detentori o manipolatori di forze soprannaturali dell’universo socio-religioso tradizionale.

E’ in questo contesto che si colloca la nostra seconda osservazione tolta dalla storia: l’Islamizzazione più importante per numero ha avuto luogo soltanto recentemente, sotto la colonizzazione.

Nell’Africa orientale essa si è prodotta in netta reazione ad una dominazione straniera, che aveva lasciato alle missioni cristiane, protestanti e cattoliche, tutto il campo dell’educazione, delle attività sociali e di ogni altro sforzo verso il progresso.

Impossibile entrare nella modernità apportata dall’ordine coloniale, senza orientarsi nello stesso tempo verso la religione cristiana.

L’atteggiamento generale di rifiuto, parola d’ordine fatta circolare attraverso la rete delle confraternite e largamente applicata dai loro membri, ha provocato l’attuale ritardo culturale e tecnico dei musulmani in Africa orientale, ritardo da essi imputato oggi unanimemente all’occidente e alle Chiese cristiane.

Col favore del potere coloniale

In Africa occidentale, dopo una resistenza iniziale, le cose sono andate in maniera del tutto diversa.

Una larga collaborazione si è stabilita fra i capi musulmani e il potere coloniale, sia britannico che francese, e questo malgrado uno stile molto differente di amministrazione. Per profittare dei benefici della modernità, dell’educazione, di un posto nell’amministrazione o di altri favori, la strada più corta era di farsi musulmano.

In maniera generale, i diversi sradicamenti fisici e spirituali, provocati per il fatto stesso della colonizzazione e l’irruzione della modernità, hanno fatto esplodere l’ordine socio-religioso tradizionale, e l’Islam è stato adottato naturalmente come soluzione di ricambio, pienamente adattata alla nuova situazione.

Anche se si trattava di una islamizzazione molto superficiale, per molti africani l’Islam è il nuovo "African way of life" (genere di vita africana).

L’Islam è stato portato nell’Africa sub-sahariana anzitutto per la via del commercio proveniente dai paesi arabi e dall’Africa del Nord.

I musulmani africani hanno sempre conservato legami molto stretti col mondo arabo, dal quale sono venuti alcuni riformatori. Ma essenzialmente l’islamizzazione è stata operata da africani, che parlavano la stessa lingua e vivevano nel medesimo universo culturale. Senza dubbio alcuno, per i musulmani africani, fra africanità e Islam non c’è opposizione alcuna.

Per essi l’Islam non è una religione importata. Al contrario, abbandonare la religione musulmana equivale, per molti, all’abbandono e al rigetto di tutta la tradizione familiare ed etnica, talmente i due universi socio-religiosi si sono compenetrati.

Bisogna concludere che l’Islam, nella sua forma africana tradizionale, fa totalmente parte dell’eredità culturale dell’Africa, ed è dunque una realtà africana.

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Valutazione dei contenuti religiosi

Ci sarebbe da richiamare qui tutto quello che il Concilio Vaticano II, e a seguito di esso, Paolo VI e Giovanni Paolo II, hanno detto su tutti i legami spirituali che uniscono Cristiani e Musulmani, a partire da una comune fede nel Dio Unico e un’adorazione comune di questo stesso Dio, anche se le espressioni sono differenti.

Per il contesto africano basta menzionare due avvenimenti significativi.Già nel 1969, durante il suo viaggio in Uganda, Paolo VI non ha paura di ricordare, durante la celebrazione dei martiri cristiani, i giovani musulmani, che già prima dei cristiani avevano dato la vita in fedeltà alle loro convinzioni religiose.

Paolo VI li chiama martiri allo stesso titolo che i cristiani e chiede ai musulmani presenti di unire la loro preghiera a quella dei cristiani per una più grande fedeltà di tutti nella fede.

Sedici anni più tardi, nel 1985, al ritorno da un lungo viaggio in Africa, Giovanni Paolo II incontra 80 mila giovani musulmani nello stadio di Casablanca, per sviluppare davanti a loro tutte le esigenze che derivano dal fatto che "noi siamo fratelli e sorelle nella fede nel Dio Unico". Per quanto riguarda i musulmani africani, si può sentire abbastanza spesso, specialmente da parte di responsabili cristiani: "l’Islam africano non è un vero Islam; i musulmani sono musulmani solo di nome".

Prima di tutto non spetta a noi giudicare del valore spirituale di quello che vivono i musulmani in Africa.

Ogni persona che vuole appartenere all’Umma, la comunità universale dell’Islam e per questo professa la "shahada", la professione di fede musulmana, è musulmano. Tutt’al più, un tale giudizio di valore può mostrare la grande ignoranza dell’Islam africano da parte cristiana.

Il motivo iniziale di una adesione alla comunità musulmana può ben essere, e spesso è di fatto, puramente esteriore: vantaggi economici o sociali, oppure semplicemente il desiderio di trovare una nuova sicurezza interiore ed esteriore in una comunità molto solidale, senza che questo passo comporti grandi cambiamenti né sul piano personale, né sulla vita familiare e sociale.

Tuttavia, la pratica musulmana, anche imperfetta e lacunosa, alla lunga comporta un approfondimento della relazione personale con Dio, un rimodellare tutto il comportamento personale e di tutta la vita di relazione nella società.

Possiamo noi sopravvalutare abbastanza il fatto che oggi in Africa, più di 150 milioni di credenti musulmani "adorano con noi il Dio Vivo e Sussistente, Misericordioso e Onnipotente" (Lumen Gentium n. 16)?

Alla domanda sulle relazioni islamo-cristiane, i responsabili delle comunità cristiane in Africa rispondevano, fino di recente: "Coi musulmani viviamo in buona intesa. Non ci sono problemi".

La risposta riflette la buona convivialità che esisteva alla base fra cristiani e musulmani e che, in larga misura, esiste tuttora. Ma nello stesso tempo essa esprime anche lo scarso interesse che le Chiese dell’Africa hanno avuto per l’Islam.

I musulmani, poiché tolleranti e pacifici, ma per nulla disposti ad accogliere il messaggio cristiano, non sono mai stati considerati come una priorità nel campo apostolico cristiano. Oggi li scopriamo come interlocutori, ma interlocutori difficili, per tre motivi principali:

- la grande diversità dell’Islam africano, che rende difficile sia una conoscenza precisa, che un approccio globale;

- la nuova presa di coscienza islamica delle comunità musulmane; e infine le influenze islamizzanti dell’esterno, che fanatizzano alcuni gruppi minoritari.

Una grande varietà di Islam

"Non c’è un Islam africano, ci sono degli Islam", ha scritto recentemente uno dei migliori conoscitori dell’Islam ciadiano.

Nell’Africa subsahariana ogni etnia ha sua maniera propria di vivere, interpretare, "addomesticare" l’Islam.

Nel secolare procedimento di passaggio dalla Religione tradizionale alla religione del Libro, si trattava di conciliare la centralizzazione sul culto del Dio unico e l’osservanza rigorosa della sua Legge rivelata, con tradizioni e regole tradizionali non scritte, ma profondamente radicate.

Queste ultime erano l’eredità degli antenati, frutto di una esperienza acquisita e ritualizzata da numerose generazioni, nella loro lotta per sopravvivere, mantenere la coesione del gruppo e sfruttare giudiziosamente l’ambiente.

Nella maggioranza dei casi l’adozione del dogma e del culto musulmano (preghiera rituale, digiuno del Ramadan, feste...) non presentava che dei problemi minori di adattamento.

Invece le tradizioni proprie riguardanti la vita familiare e sociale continuarono a restare in vigore per generazioni e, salvo rari casi, lo sono ancor oggi.

Così ci troviamo davanti a tante realizzazioni diverse dell’Islam quante sono le etnie che l’hanno adottato.

Nella maggioranza delle società agrarie c’è stata una lunga resistenza all’islamizzazione, malgrado una secolare coabitazione coll’Islam. Al momento dell’irruzione della civilizzazione moderna, l’Islam è stato adottato da un buon numero di queste società come un nuovo quadro socio-religioso di vita più appropriato, senza trasformare, almeno per un primo tempo, le mentalità e i modi di vita della tradizione africana.

Tanto nelle città in pieno sviluppo, che nelle zone rurali che si vanno spopolando, la maggioranza dei musulmani vive sociologicamente nell’Umma e partecipa ai momenti forti della vita musulmana, ma resta totalmente africana nelle concezioni profonde della vita e delle relazioni sociali.

Anche in città, dove la pressione sociale si fa talora più forte, la religione dell’ambiente tradizionale, apparentemente senza diritto di cittadinanza in quel nuovo quadro, è sempre ben presente e viva nei momenti importanti della vita, così come nei tempi di crisi e di prova.

Alcune etnie si identificano totalmente coll’Islam, pur senza per questo perdere la loro identità propria.

E’ il caso, per esempio, dei Songhay dell’ansa del Niger (Mali e Niger).

Un millennio di Islam, che ha comportato anche periodi di grande gloria al tempo dell’impero songhay di Gao nel XV e XVI secolo, non è tuttavia riuscito ad imprimere alla società songhay l’impronta propria di una società veramente islamica.

E’ impensabile dirsi Songhay senza essere musulmano, ma è altrettanto impensabile che una donna songhay, per esempio, osservi le restrizioni che la legge musulmana impone alla libertà di movimento delle donne.

Lo statuto della donna, nella società songhay, è agli antipodi di quanto prescrive la legge islamica in materia.

Un altro esempio di questa appropriazione differenziata dell’Islam potrebbe essere osservato in un confronto fra Haussa nel Nord-Nigeria e Yoruba nel Sudest dello stesso paese.

Queste due etnie vanno a gara per essere considerate la "guida dell’Islamicità" in quel grande paese, ma esse vivono il loro carattere islamico in maniera molto diversa.

I primi vi si identificano totalmente e nessun non-musulmano potrebbe dirsi Haussa, mentre presso gli Yoruba musulmani e non-musulmani vivono in armonia. Alle differenze etniche si sovrappone anche l’impronta delle diverse confraternite.

Sotto la loro influenza, soltanto alcuni focolari musulmani più ferventi sono diventati delle vere società islamiche, nel senso pieno. L’esistenza di una letteratura islamica in lingua locale ne è uno dei segni maggiori.

La lunga coabitazione dell’Islam con la Religione tradizionale ha avuto, nell’insieme, un effetto sul piano culturale. Le lingue africane sono generalmente delle lingue con un vocabolario concreto, piuttosto povere per esprimere realtà astratte o riflessioni di un certo sviluppo. Con la lingua araba l’Islam è venuto a colmare questa lacuna.

Molti popoli africani, alcuni appena toccati dall’Islam, hanno adottato, deformandolo secondo il carattere proprio di ogni lingua, tutto un vocabolario astratto mutuato dall’arabo, specialmente il vocabolario religioso.

L’Islamizzazione effettiva, in seguito è venuta a confermare ed unificare in un sistema coerente, maniere distaccate di pensare e di esprimersi. L’inculturazione del messaggio religioso ha preceduto, così, in molti casi l’Islamizzazione effettiva.

Si è già menzionato che l’Africa orientale presenta a questo proposito una grande originalità. Essa ha una lingua "islamica" unica.

La coabitazione secolare fra depositi commerciali arabi e popolazioni bantu ha prodotto una nuova lingua: il kiswahili.

In Africa orientale l’Islam ha, sull’Islam dell’Africa occidentale, il vantaggio, a prima vista, di una grande unità culturale e linguistica. Ma questo può trarre in inganno.

In Africa orientale l’Islam è pieno di vita e di accentuazioni tipicamente africane dovute a una moltitudine di confraternite grandi e piccole.

Nello stesso tempo subisce le influenze, antiche e moderne, dei grandi scismi musulmani, data la sua prossimità col mondo arabo ed asiatico: la divisione fra sunniti, sciiti di differenti tendenze e kharigiti.

Tutto il complesso spettro delle differenti espressioni dell’Islam vi è rappresentato.

2. Risveglio delle comunità musulmane

Il Sinodo dei Vescovi per l’Africa, in tutti i documenti, parla della mancanza di reciprocità da parte dei musulmani africani nell’esercizio del dialogo, della "mancanza d’un concetto comune e di un linguaggio per il dialogo" e della minaccia per la libertà religiosa, costituita da un Islam con una mira politica in Africa.

C’è là un insieme di elementi, che presi globalmente, inquietano e continuano a provocare reazioni di difesa, talora maldestre, da parte dei responsabili cristiani. Bisogna distinguere e chiarificare.

Anzitutto, esiste nell’Islam un concetto comune e un desiderio di dialogo?

Si potrebbero citare testi coranici che vanno nel senso di una migliore intesa fra le comunità religiose. Non sono molto numerosi e la loro interpretazione non è unanime. Per di più l’Islam, fin dalle sue origini, è più che una religione, intesa come comunità di fede e di culto.

Fin dalla sua fondazione esso comporta un nuovo ordine sociale e politico e questo è chiaramente impresso nei testi fondatori.

Così, la missione di ogni musulmano comporta anche lo sforzo di far prevalere la legge rivelata in tutti gli aspetti della vita sociale, fino nell’economia e nella politica.

Sul piano dottrinale, quindi, c’è poco posto per una prospettiva più ampia ed un vero atteggiamento di apertura su altre comunità religiose. Ma la dottrina è una cosa, la vita dei musulmani è un’altra. Già il Sinodo dei Vescovi l’ha percepito:

"... in Africa l’accento deve esser messo sulla condivisione della fede alla base, fra credenti che vivono già nelle stessa sfera sociale, culturale e politica".

Di fatto, si può dire senza sbagliarsi che la maggioranza dei musulmani africani non seguono la visione coranica nel loro atteggiamento verso i non-musulmani.

Ancor oggi, per buona parte di essi, le tradizioni aperte di accoglienza, buon vicinato e di solidarietà, senza distinzione, sono più importanti della stretta osservanza delle prescrizioni coraniche.

E in questo c’è una enorme opportunità che si tratta di afferrare al più presto, perché le cose stanno cambiando.

Abbiamo affermato sopra: "Se l’Islam costituisce una sfida per i cristiani africani, non è anzitutto per il suo numero o il suo rapido aumento, ma per la vitalità e il dinamismo che mette in opera".

In questa vitalità presente dell’Islam in Africa, bisogna distinguere fondamentalmente fra due realtà, che in pratica spesso sono in interazione, ma che non hanno per niente la stessa origine né lo stesso significato. Bisogna distinguere fra una presa di coscienza islamica delle comunità e le tendenza di politica islamista, per gran parte importate dall’estero.

L’importanza dei mezzi di comunicazione

Dopo l’aumento, numericamente molto importante durante l’era coloniale e nei primi anni dell’indipendenza, segnato da una islamizzazione molto superficiale, l’Islam si trova attualmente in una nuova fase di islamizzazione: l’approfondimento di ciò che vuol dire "essere musulmano", il rafforzamento del sentimento di appartenenza all’Umma, della coscienza islamica; e questo non solo sul piano personale. Se l’Islam si rallenta, in confronto col Cristianesimo, la vita comunitaria musulmana si sviluppa, si struttura e diventa sempre più una sfida per altre comunità religiose.

"C’è una presa di coscienza sempre maggiore di appartenenza all’Umma, da parte di ogni musulmano, coscienza di essere membro di una comunità musulmana, con le sue strutture e istituzioni per esprimere la sua identità e per perseguire i suoi obiettivi a livello locale, nazionale e universale" (Sinodo dei Vescovi per l’Africa).

L’indebolimento o la sparizione completa dei riferimenti e delle strutture comunitarie tradizionali, specialmente nel contesto urbano, richiamano necessariamente questa presa di coscienza comunitaria.Due fattori specialmente hanno avuto in questo un ruolo primordiale: i mezzi di comunicazione e il pellegrinaggio.

I mezzi di comunicazione, radio e TV, nazionali o privati, e soprattutto l’inondazione di pubblicazioni, cassette-audio e video, che continua a riversarsi sull’Africa fanno arrivare l’Islam e gli avvenimenti del mondo musulmano fino al villaggio più remoto. Nel senso opposto, le sempre maggiori facilitazioni di viaggiare offrono a molti musulmani africani l’occasione di un contatto personale e duraturo con la comunità musulmana mondiale, al momento del pellegrinaggio alla Mecca, tramite i legami commerciali coi paesi arabo-musulmani o anche periodi di studio nelle università islamiche.

Questo processo, del resto normale, di approfondimento e di espressione più autentica di una identità islamica, dev’essere visto nel contesto africano attuale: il fallimento praticamente di tutti i modelli e programmi di sviluppo economico e sociale, messo in opera dagli Stati africani moderni e le loro istituzioni politiche.

L’Africa è in una crisi profonda di identità culturale e sociale che va ben oltre la semplice stagnazione o sperpero sul piano economico. Per molti musulmani africani questo nuovo fervore religioso è anzitutto la risposta a un sentimento di delusione e di frustrazione, perfino di decadenza morale della società.

"Dobbiamo diventare musulmani migliori perché le cose vadano meglio!" Tutti gli sforzi attuali per dare alla società africana un volto più islamico, naturalmente fortemente sostenuti da forze esterne, trovano la loro radice in questo sentimento di frustrazione, di fallimento e di crisi.Solo questo sforzo di strutturare e di affermare l’identità comunitaria islamica comporta un cambiamento profondo negli atteggiamenti verso i non-musulmani, specialmente nei rapporti della vita corrente.

Il senso comunitario tradizionale, una solidarietà radicata nella convinzione profonda che, in definitiva, tutti sono discendenti da un antenato comune, si restringe sempre più per far posto a una divisione netta della società fra musulmani e non-musulmani.

La convivialità islamo-cristiana in Africa, così spesso evocata e invocata, è in pericolo!

Influenze islamiste dall’esterno

Per rendersi conto esattamente della nuova vitalità dell’Islam in Africa bisogna distinguere fra ciò che è moderato e ciò che è radicale.

Fin dove arriva il semplice desiderio di vivere meglio l’Islam, personalmente e comunitariamente, e dove incomincia la pressione sugli altri membri della società e sulle istituzioni pubbliche?

Fin dove può arrivare la legittima affermazione della differenza, e dove invece diventa essa intolleranza e proselitismo disonesto?

Il dinamismo interno all’opera nelle comunità musulmane africane, il loro desiderio di modernizzare le strutture comunitarie, spesso reso più vivo dalla vitalità delle comunità cristiane che esse vogliono imitare, può condurre ad una certa aggressività e al fanatismo.

Ma l’impulso principale in questo senso viene dall’esterno.

Diverse correnti provenienti dal mondo arabo-musulmano portano un’altra maniera di vivere l’Islam.

Il bisogno di una riforma e di una purificazione è una specie di ritornello permanente nel mondo musulmano.

In Africa più particolarmente ci sono stati nella prima metà del secolo, dei riformatori ispirati da uno stesso movimento egiziano.

La loro principale preoccupazione era, ed è tuttora, la riforma dell’insegnamento religioso, mediante una arabizzazione sistematica. La loro influenza è rimasta modesta, fino all’arrivo di altre correnti più radicali.

La più importante nel contesto africano è il movimento Wahhabiyya.

Le sue origini risalgono a Mohammed ibn ‘Abd al-Wahhab, nel XVIII secolo.

Per dar corpo alla sua visione rigorista della purificazione dell’Islam egli si è alleato con un piccolo emiro dell’Arabia centrale, l’antenato della dinastia Saudita attuale.

E questa alleanza fra una volontà di purificazione "spirituale" e la sua imposizione con la forza, è in atto ancora.

Il fondamentalismo

Il Wahhabismo è un fondamentalismo che accetta, come base della fede e della pratica islamica, solo il Corano e la tradizione più sicuramente attestata, rigetta ogni evoluzione o interpretazione ulteriore.

In Africa, combatte principalmente le pratiche delle confraternite, la consultazione dei marabutti o l’utilizzazione degli amuleti, tutto quello che sembra essere adattamento dell’Islam o un compromesso con la tradizione e la mentalità africana.

Il Wahhabismo è anzitutto una corrente teologica e ideologica, più che un movimento strutturato.

Ma la sua influenza, soprattutto sull’Africa, passa attraverso tutta una serie di canali e strumenti strategici.

C’è la cooperazione ufficiale fra l’Arabia Saudita e gli stati africani.

Molti stati africani, ufficialmente con una costituzione laica, o altri che hanno solo una minoranza musulmana, hanno creduto opportuno far parte dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (Oci), per essere sicuri di beneficiare di questa cooperazione.

Ci sono i canali più sotterranei del pellegrinaggio, del commercio, dell’immigrazione per lavoro o per studio in Arabia Saudita o negli altri stati del Golfo, tutte occasioni di essere "convertiti" alle idee wahhabite.

Infine, ci sono delle agenzie della Lega del Mondo musulmano (Rabita) disseminate in tutto il continente africano, specialmente là dove l’Islam si sente in stato di inferiorità.

In più del sostegno all’arabizzazione in tutte le sue forme, esse dispongono di un materiale di propaganda molto vario, che va dalla pura polemica anticristiana o antioccidentale fino ai consigli per la salute e lo sviluppo.

D’altronde una buona parte delle sue attività e soprattutto dei fondi, passano attraverso delle Ong (Organizzazioni non governative) islamiche locali. Lo scopo principale è sempre di sostenere le comunità minoritarie, rompendo il monopolio dell’aiuto occidentale o cristiano. Così il Wahhabismo non è un movimento violento.

Tuttavia è una corrente fondamentalista e islamista. Il progetto degli Wahhabiti africani è chiaramente quello di riformare la società africana in tutti i suoi aspetti, economici, sociali, giuridici e politici, ma questo con mezzi "pacifici", dall’interno: la propaganda, la polemica, ma soprattutto il denaro, vantaggi sociali esclusivi e la pressione politica.

La logica della restaurazione e del ritorno all’Islam originale di Medina è spinta fino in fondo, nei diversi movimenti islamici rivoluzionari in azione sulla scena africana. Tre linee ideologiche si incrociano nel radicalismo islamico africano.

Fino a poco tempo fa le "Jama’at islami" create da al-Mawdudi (1903-1979) nel Pakistan, così come la Rivoluzione Islamica Iraniana erano solo dei riferimenti teorici per qualche illuminato o per dei gruppuscoli, particolarmente nelle grandi università islamiche del Nord-Nigeria. Oggi l’influenza diretta dell’Iran si pone un po’ dappertutto chiaramente in rivalità all’influenza Saudita.

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Si riscontrano anche dei passaggi abbastanza numerosi dal Sunnismo allo Sciismo, in Africa occidentale, dove lo Sciismo era sconosciuto e questo solo per meglio entrare nello spirito della rivoluzione iraniana.

I principi radicali del puro Islam del Wahhabismo uniti alla strategia d’azione politica di al-Mawdudi, ecco quello che ha dato nascita ai Fratelli Musulmani in Egitto. Secondo il loro ideologo principale, Sayyid Qutb, impiccato da Nasser nel 1965, la purificazione della Società islamica attuale non può farsi che mediante il rovesciamento totale e l’imposizione della Legge coranica mediante la forza.

I Fratelli Musulmani in Egitto, parecchie volte decimati dal potere, si sono divisi in parecchi raggruppamenti rivoluzionari, che si combattono fra loro. Il centro dell’Islam rivoluzionario è passato dall’Egitto al Sudan.

Hasan al-Turabi è ora quello che tira i fili e ispira l’azione rivoluzionaria degli islamisti in Africa e anche altrove. Del resto dalla guerra del Golfo, il suo principale sostegno è l’Iran.

Destabilizzazione politica e rifiuto della laicità, il reclamo di partiti islamici, una educazione islamica, un sistema giudiziario basato sulla Legge coranica, ecco gli obiettivi comuni a tutti gli islamisti.

Quello che differisce, sono i metodi per arrivarci.

In tutto questo la convivialità islamo-cristiana è minacciata soprattutto da un’intossicazione anticristiana delle mentalità e da metodi di conversione e di proselitismo "ad ogni costo".

C’è una strategia chiaramente stabilita per "ricordare agli africani che la loro religione originale è l’Islam" e tutti i mezzi son buoni per ricondurveli: una propaganda aggressiva e menzognera nei confronti del Cristianesimo, i vantaggi economici e sociali già menzionati, aiuti alle istituzioni sociali "unicamente per musulmani" e anche la strategia di sposare preferibilmente della ragazze cristiane, per indebolire la comunità cristiana.

Per concludere si può dire che la grande diversità dell’Islam in Africa e anche la crescente rivalità fra gruppi fondamentalisti potrebbero costituire un’opportunità favorevole per le relazioni islamo-cristiane. Esse sono certamente una sfida da raccogliere.

Infatti, i musulmani africani si trovano in un dilemma: da una parte la spinta verso una comunità musulmana forte e ben stabilita è tale che una vita "in minoranza" in uno Stato laico resta una prova per qualsiasi musulmano.

D’altra parte tutta la propaganda islamica esalta e idealizza un modello di società preso nel passato, pur utilizzando la tecnologia più moderna, quella stessa di coloro che essa condanna. Come aiutare i musulmani sinceri ad uscire da tante contraddizioni?

3. I diversi livelli del dialogo islamo-cristiano

Presupposti per l’incontro islamo-cristiano

In Africa, l’incontro islamo-cristiano è anzitutto un fatto di vita quotidiana.

La religione non è mai stata un campo riservato o un tabù. Gli africani discutono di religione per giornate intere, negli uffici, nelle fabbriche, le piazze dei villaggi, i mercati... Condividono la cultura, spesso anche la lingua.

C’è scambio e aiuto reciproco nelle numerose necessità della vita quotidiana. Questo "vivere insieme" al di là delle differenze religiose ha radici profonde nella cultura africana.

E’ l’espressione concreta e quotidiana della convinzione profonda di condividere tutti, malgrado le differenze confessionali, la stessa finalità, che ha Dio e gli antenati come origine, come garante e comune destino.

E’ in questa convinzione che si radicano i numerosi esempi di intesa e di collaborazione che si potrebbero citare: cristiani e musulmani si danno un valido aiuto per costruire una chiesa o una moschea, si mettono insieme per lottare contro la desertificazione o altri flagelli.

Convivialità minacciata

E’ proprio perché questa convivialità era talmente scontata che oggi essa è seriamente minacciata.

Africani sempre più numerosi, spesso per ragioni economiche più che per convinzione, rifiutano e rinnegano i valori e le esigenze di una solidarietà aperta a tutti, per ripiegarsi su regole ben delimitate della solidarietà islamica.

Anche se minacciato, tuttavia, il dialogo della vita è una realtà ben africana.

Al contrario, non bisogna cercare in Africa grandi incontri organizzati fra responsabili di comunità diverse.

Anche in paesi di forte maggioranza musulmana, la Chiesa è cresciuta accanto all’Islam, per non dire ignorando l’Islam.

Per di più, le differenze di formazione intellettuale e, da parte musulmana, la non-rappresentatività delle autorità religiose musulmane rendevano molto difficili questo genere di incontri.

Nel processo di democratizzazione e di pluralismo politico, le autorità religiose sono spesso i soli punti di riferimento sicuri e, per questo, si incontrano, si accordano e talora arrivano ad una parola comune.Resta sempre vero, tuttavia, che per l’insieme del continente, la reazione cristiana alla nuova vitalità dell’Islam è una reazione piuttosto allarmista.

Per troppo tempo la teologia della Missione e la pratica pastorale avevano lasciato l’Islam e le comunità musulmane fuori del loro campo di azione.

Il Concilio Vaticano II e la sua visione in favore di una scoperta dei valori dei non cristiani, di un incontro e di una collaborazione con essi, non è ancora passato nelle opzioni pastorali concrete, salvo in alcune Chiese profondamente immerse in una maggioranza musulmana, come quelle del Senegal o del Niger.E’ su questo punto che ci si attendeva una risposta più dettagliata dal Sinodo dei Vescovi per l’Africa. Certamente, il principio e l’urgenza del dialogo coll’Islam in Africa vi sono chiaramente affermati. Ma è sufficiente nella situazione attuale?

Presso i responsabili cristiani, la conoscenza profonda della complessità delle comunità musulmane e della loro profonda evoluzione, che talora procede a tastoni e che presenta non poche conflittualità, spesso fa difetto, così che le possibilità e la vera posta in gioco dell’incontro islamo-cristiano non sono sempre percepiti.

"Arabizzazione" possibile?

Non si tratta soltanto di vedere l’Islam globalmente come una minaccia o tutt’al più come una sfida. Si tratta di vedere come dei musulmani africani si dibattono per trovare una soluzione alla quadratura del cerchio: diventare veri credenti musulmani, pur restando veri africani che entrano nella modernità con tutte le sue ambiguità.

Una migliore conoscenza dell’Islam e delle sue diverse interpretazioni in Africa, come del resto l’istituzione di strutture per il dialogo islamo-cristiano a tutti i livelli delle comunità ecclesiali, fanno parte delle risoluzioni del Sinodo.

Tuttavia l’incontro islamo-cristiano non dipenderà solo dal discorso su ciò che ci separa e ciò che ci unisce nei due messaggi religiosi, ma dipenderà dagli altri due grandi temi abbordati dal Sinodo: l’inculturazione e un’azione più incisiva per la Giustizia e la Pace.

Lo slogan della propaganda islamista: "L’Islam è la religione degli africani, il Cristianesimo la religione importata dai colonizzatori" conserva sempre una parte di verità.

Soltanto una vera inculturazione del messaggio evangelico in Africa può dare una risposta adeguata a questa sfida. E la risposta è tanto più urgente per il fatto che, sotto la spinta dell’arabizzazione in corso, i musulmani stanno facendo il cammino inverso, quello di una alienazione culturale, per diventare degli "arabi neri".

Molti musulmani illuminati sono coscienti di questo pericolo e guardano ai cristiani per ritrovare insieme una identità di credenti africani.E’ qui che prende tutta la sua importanza la riformulazione di tutto il messaggio cristiano in un linguaggio africano e la sua applicazione in comunità di base vitali.

Già il semplice fatto che i cristiani preghino e cantino nella loro propria lingua costituisce una interpellazione per molti musulmani.

Così, tutta la vita cristiana, specialmente nella sua dimensione comunitaria, deve diventare "significante" per essi. Un vero dialogo spirituale non può aver luogo che sulla base della comune africanità.

L’Islamismo, sia "pacifico" che violento, va contro tutta la tradizione africana sostenendo l’emarginazione di tutti coloro che, musulmani o altri, non entrano nel modello di società islamica. Cristiani e musulmani devono prendere chiaramente insieme coscienza di questa minaccia.

C’è qui tutto un terreno per una collaborazione possibile nell’impegno per maggiore Giustizia e Pace, sia nella politica che nei mezzi di comunicazione, o semplicemente alla base, mettendosi insieme per far fronte ai problemi comuni della siccità, della delinquenza nelle città, dell’Aids e molti altri...

Costruire il "dialogo della vita"

Uno dei punti dove le tesi islamiste inciampano di più in Africa è certamente il ruolo e il posto della donna nella vita della società. La "liberazione della donna" fa parte di tutti i programmi politici e sociali degli stati africani moderni, con molte ambiguità, soluzioni affrettate e talora delle contraddizioni.

In questo immenso dibattito che tocca le basi stesse della società africana l’incontro fra donne cristiane e musulmane è indispensabile. Tocchiamo qui il punto più profondo del "dialogo della vita".

Tutto ciò che si fa per una vera valorizzazione e promozione della donna è di importanza capitale per la convivialità pacifica delle due comunità nell’avvenire.Di fronte alla minaccia, per l’Africa, di diventare il "continente dimenticato", da cui non c’è niente da aspettarsi se non notizie di massacri e catastrofi, cristiani e musulmani africani non hanno altra scelta che incontrarsi e cercare di dare un nuovo volto a una tradizione secolare di reciproca accoglienza e di convivenza.

Per i cristiani questo vuol dire: mettere il messaggio evangelico al cuore del proprio essere, personale e comunitario, per dare alla loro africanità una dimensione più larga che il solo clan o la sola etnia.

Per i musulmani, questo significa: nell’approfondimento legittimo della loro fede non rigettare i valori tradizionali di accoglienza e di tolleranza. Gli uni hanno bisogno degli altri!

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