ingenua utopia

Rivista

in lingua italiana

dei Padri Somaschi

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n° 113 Ottobre-Dicembre 2000

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Il Punto

Una ingenua utopia di Angelo BERTANI

È sempre più chiaro: la vera questione di fine millennio è la dialettica tra identità e diversità. Si presenta nella società, soprattutto per effetto delle migrazioni; e nella Chiesa a motivo dell'autonomia con la quale chiese locali e comunità interpretano il messaggio evangelico.

Certo il fenomeno dell'immigrazione si impone per la sua evidenza e fa paura a molti, anche qui da noi.

Eppure quelli che lamentano l'islamizzazione portata dagli immigrati sembrano non vedere che la vera aggressione alle nostre radici culturali viene invece dai teleromanzi e dalle trasmissioni di vuota e volgare varietà che inondano i nostri schermi a tutte le ore.

E dalla mentalità mercantile, consumista, edonistica e competitiva che vi si accompagna.

L'americanizzazione (intesa in senso deteriore) è il vero pericolo per la nostra cultura di oggi e per l'identità nazionale e cristiana; e, oltretutto, è difficilissimo opporre ad essa degli argini efficaci.

Quando diciamo che la dialettica tra identità e diversità è la questione cruciale di fine secolo vogliamo proprio dire questo: che il futuro dipenderà dal coraggio e dall'intelligenza con cui sapremo affrontare questo nodo delicatissimo. Se non riusciremo a dare risposte positive ci troveremo tra breve con un contesto socioculturale sfilacciato e anonimo ma allo stesso tempo carico di rivendicazioni, di rabbia e persino di razzismi.

Il punto decisivo sta all'inizio: da come si pone il problema.

Se si parte dalla contrapposizione tra identità e differenze si sbaglia da subito e si entra in una spirale perversa.

Infatti un'idea rigida di identità - il credere che essa sia immobile ed esclusiva - nasce da una povertà culturale e un'avarizia spirituale che nutrono poi lo spirito di rivendicazione meschina e portano alla chiusura e alla paura.

Viceversa se si ha un'idea alta della propria identità civile e religiosa non si ha nessuna paura del dialogo, della vicinanza con gli altri: anzi si ha fiducia di comunicare il proprio patrimonio e se possibile (e spesso lo è) di arricchirlo ulteriormente nel confronto libero e aperto con gli altri.

Così è, mi sembra, per il caso degli immigrati islamici in Italia. Certamente essi costituiscono un problema e una sfida, ma è proprio dalla giusta risoluzione dei problemi e delle sfide che nasce un "di più" per il nostro futuro. Perché avere paura? Certo per prima cosa servono leggi chiare e una educazione alla legalità per tutti.

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Perciò anzitutto sarebbe utile creare vere scuole o corsi di accoglienza per tutti gli immigrati affinché chi viene da noi sia in grado non solo di esprimersi ma di capire le nostre leggi, i nostri costumi, i valori che guidano la nostra convivenza.

Se siamo convinti che sono valori alti, adeguati ad una buona vita nella società di oggi dobbiamo avere il coraggio di presentarli con serietà e coerenza, ben distinguendo tra ciò che è obbligatorio accettare e rispettare e ciò che viene offerto per una libera valutazione.

A nostra volta dobbiamo accostarci alle mentalità, alle culture e religioni degli immigrati con apertura e curiosità e direi con intelligenza perché solo degli stupidi possono credere di non aver nulla da imparare dalle altre tradizioni culturali e religiose del mondo.

Bisogna ricordare che l'Islam ha contribuito non poco alla nostra stessa civiltà? E che ci sono stati tempi e luoghi in cui l'Islam era più tollerante del mondo cristiano?

Non sono le diverse culture, infatti, il nemico.

Il vero pericolo sono gli integralismi, oggi purtroppo in crescita in tutti i Paesi e in varie religioni.

Sono essi che seminano intolleranza e fanatismo; sono loro che rendono tragica la situazione in Serbia come in Terrasanta, nel Sudan o in Algeria o in Afghanistan.

E bisogna resistere con l'intelligenza, la serenità, il buon esempio. Sarebbe suicida, oltre che antievangelico, che alla poco tolleranza degli uni si rispondesse con maggiore intransigenza.

Ecco perché, tanto più nella società italiana di oggi (ma, lo ripeto, il discorso vale anche nel campo ecclesiale attraversato oggi dalle stesse tristissime tensioni) vale la parola pacata e profetica che Aldo Moro scrisse per la Pasqua del 1977, l'ultima che passò da uomo libero prima di cadere vittima del fanatismo: «Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino; ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell'uomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile, nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l'uno all'altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo.

La pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora, ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri per fare posto a cose grandi».

Sono parole che vanno meditate una ad una e nel loro equilibrio complessivo.

Il futuro non ha certo bisogno di persone superficiali che si credono importanti perché fanno la voce grossa o gridano slogan irragionevoli; sono necessarie, invece, persone capaci di pensare cose profonde ed equilibrate e di dirle in modo pacato e credibile. Ma forse è un'ingenua utopia?

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EZECHIELE [CAP 28]

[25] Così dice il Signore Dio; «Quando avrò radunato gli Israeliti di mezzo ai popoli fra i quali sono dispersi, io manifesterò in essi la mia santità davanti alle genti: abiteranno il paese che diedi al mio servo Giacobbe, [26] vi abiteranno tranquilli, costruiranno case e pianteranno vigne; vi abiteranno tranquilli, quando avrò eseguito i miei giudizi su tutti coloro che intorno li disprezzano: e sapranno che io sono il Signore loro Dio».


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