martiri: Il libro nero del comunismo

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PERCHÉ?

di Stéphane Courtois

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Tratto e sintetizzato liberamente da « Il libro nero del comunismo » ed. Mondadori

“Gli occhi azzurri della Rivoluzione brillano di crudeltà necessaria.” (louis aragqn, Le Front rouge)

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Al di là del fanatismo, delle passioni di parte e delle amnesie volontarie, que­sto libro ha cercato di tracciare un quadro d'insieme dei crimini commessi nel mondo comunista, dall'omicidio individuale alle stragi di massa. All'interno di una riflessione generale sul fenomeno comunista nel XX secolo, non si tratta che di una tappa in un momento cruciale: il crollo nel 1991 a Mosca del cuore del sistema e l'accesso a una ricca documentazione finora tenuta ri­gorosamente nascosta.

Tuttavia, l'aver stabilito, com'era indispensabile, i da­ti di fatto più documentati e meglio fondati non può soddisfare la nostra cu­riosità intellettuale ne la nostra coscienza. Rimane aperto il problema fondamentale: «perché?». Perché il comunismo moderno, apparso nel 1917, si è quasi immediatamente elevato a dittatura sanguinaria e poi a regime cri­minale?

I suoi obiettivi potevano essere raggiunti solo con l'esercizio dell'e­strema violenza? Come spiegare che il crimine sia stato concepito e praticato dal potere comunista come un provvedimento normale, ordinario, quasi ba­nale, e che ciò sia durato decenni?

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La Russia sovietica è stato il primo paese a regime comunista. Essa ha costi­tuito il fulcro e il motore di un sistema comunista mondiale che, dopo essersi costruito a poco a poco, dopo il 1945 ha conosciuto un'estensione formidabile. L'URSS leninista e stalinista è stata la matrice del comunismo moderno. Il fatto che, da subito, tale matrice abbia acquisito una dimensione criminale è tanto più sorprendente in quanto di segno opposto rispetto all'evoluzione del movi­mento socialista.

Per tutto il XIX secolo la riflessione sulla violenza rivoluzionaria è stata do­minata dall'esperienza fondatrice della Rivoluzione francese che, nel 1793-1794, aveva conosciuto un periodo di particolare violenza manifestatasi in tre forme principali. La più selvaggia fu quella dei «massacri di settembre», du­rante i quali a Parigi mille persone vennero assassinate dai rivoltosi senza che intervenisse alcun ordine ne dal governo ne da alcun partito.

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La più famosa fu quella che prese il via con l'istituzione del Tribunale rivoluzionario, dei comitati di controllo (di delazione) e della ghigliottina, che mandarono a morte 2625 persone a Parigi e 16.600 in tutta la Francia.

A lungo occultato rimase invece il terrore praticato dalle «colonne infernali» della Repubblica, incaricate di repri­mere le rivolte nella Vandea e che mieterono decine di migliaia di vittime tra una popolazione disarmata.

Questi mesi di Terrore, però, rappresentano una vicenda sanguinaria che s'inquadra come un episodio in una traiettoria di più lunga durata, simbolizzata dalla creazione di una repubblica democratica, con la sua Costituzione, la sua assemblea eletta dal popolo e i suoi dibattiti politici. E non appena la Convenzione ritrovò un po' di coraggio, ecco che Robespierre venne deposto e il Terrore cessò.

Tuttavia, Francois Furet ha mostrato come proprio allora abbia fatto la sua comparsa una certa idea della Rivoluzione, inseparabile dai provvedimenti estremi:

II Terrore è il governo della paura, che Robespierre teorizza in governo della virtù. Nato per sterminare l'aristocrazia, il Terrore diventa un modo per sottomettere i catti­vi e combattere il crimine. È ormai suscettibile della stessa estensione della Rivoluzio­ne, inseparabile da essa, poiché essa sola permette d'istituire un giorno una Repubbli­ca di cittadini. ...

Se la Repubblica dei cittadini liberi non è ancora fattibile è perché gli uomini, traviati dalla storia che hanno alle spalle, sono cattivi; attraverso il Terrore e la Rivoluzione la storia creerà un uomo nuovo.1

Per certi versi il Terrore prefigurò l'azione dei bolscevichi: manipolazione delle tensioni sociali da parte della fazione giacobina, esacerbazione del fa­natismo ideologico e politico, attuazione di una guerra di sterminio contro una frazione ribelle del mondo contadino. Incontestabilmente Robespierre ha aperto la strada che, tempo dopo, condurrà Lenin al terrore.

Durante il voto delle leggi di Pratile non aveva forse dichiarato davanti alla Convenzio­ne: «Per punire i nemici della patria basta definirne la personalità. Non si tratta di punirli, ma di distruggerli»?

Questa esperienza fondatrice del terrore non sembra affatto aver ispirato i principali pensatori rivoluzionari del XIX secolo. Marx stesso vi ha rivolto poca attenzione. Ha sì sottolineato e rivendicato il «ruolo della violenza nella Storia», ma intendendolo come una proposta molto generica, che non mirava all'esercizio sistematico e volontario della violenza contro le persone, non senza però una certa ambiguità di cui approfitteranno i sostenitori del terro­rismo come metodo di soluzione dei conflitti sociali. Basandosi sull'esperien­za della Comune di Parigi, disastrosa per il movimento operaio, e della durissima repressione che ne seguì - almeno 20.000 morti -, Marx criticò con fermezza questo tipo di azioni. Nel dibattito che prese avvio in seno alla I In­ternazionale tra Marx e l'anarchico russo Bakunin, il primo sembrava aver avuto nettamente la meglio.

Alla vigilia della guerra del 1914 il dibattito in­terno al movimento operaio e socialista sulla violenza terrorista pareva or­mai concluso. Parallelamente, il rapido sviluppo della democrazia parlamentare in Euro­pa e negli Stati Uniti costituiva un dato nuovo e fondamentale.

L'esperienza parlamentare provava che i socialisti potevano avere un peso in campo politico. Durante le elezioni del 1910 la spio (Section Francaise de l'Internationale Ouvrière) ottenne 74 deputati; vi erano altresì 30 socialisti indipendenti il cui capogruppo, Millerand, già dal 1899 era entrato a far parte di un governo «borghese»; Jean Jaurès era l'uomo della sintesi tra la vecchia logomachia rivoluzionaria e l'azione riformista e democratica.

I socialisti tedeschi erano i meglio organizzati e i più potenti d'Europa; alla vigilia del 1914 contavano 1 milione di aderenti, 110 deputati, 220 rappresentanti nei parlamenti provinciali, 12.000 consiglieri municipali, 89 giornali.

In Inghilterra il movimento laburista era anch'esso numeroso, organizzato e appoggiato da potenti sindacati. In quanto alla socialdemocrazia scandinava, era molto attiva, largamente riformista e a orientamento nettamente parlamentare.

I socialisti potevano sperare di conquistare, un giorno non così lontano, una maggioranza parlamentare assoluta che li autorizzasse a introdurre in maniera pacifica alcune riforme sociali fondamentali.

Questa evoluzione era confermata sul piano teorico da Eduard Bernstein, uno dei principali teorici marxisti della fine del XIX secolo e, con Karl Kautsky, esecutore testamentario di Marx.

Considerando che il capitalismo non dava segni del crollo annunciato da Marx, Bernstein caldeggiava un passaggio progressivo e pacifico al socialismo basato su un apprendistato, da parte della classe operaia, della democrazia e della libertà.

Fin dal 1872 Marx aveva espresso la speranza che la rivoluzione potesse risolversi in forma pacifica negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Olanda. Questa tendenza venne approfondita dal suo amico e discepolo Friedrich Engels nella prefazione alla seconda edizione del testo di Marx Le lotte di classe in Francia, pubblicato nel 1895.

I socialisti mantenevano però un atteggiamento ambiguo nei confronti della democrazia.

In Francia, durante l'«affaire Dreyfus», alla svolta del secolo, avevano adottato posizioni contraddittorie: mentre Jaurès s'impegnava in favore di Dreyfus/ Jules Guesde, figura centrale del marxismo francese, dichiarava sdegnosamente che il proletariato non aveva niente a che vedere con le dispute interne al mondo borghese. La sinistra europea non era omogenea e alcune sue correnti - anarchici, sindacalisti, blanquisti - erano ancora attratte da una contestazione radicale del parlamentarismo, anche sotto una forma violenta. Ciò nonostante, alla vigilia della guerra del 1914 la II Internazionale, ufficialmente di obbedienza marxista, si orientava verso soluzioni pacifiche, basate sulla mobilitazione delle masse e sul suffragio universale.

In seno all'Internazionale si era distinta fin dall'inizio del secolo un'ala estremista cui apparteneva la frazione più intransigente dei socialisti russi, i bolscevichi guidati da Lenin.

Pur richiamandosi alla tradizione europea del marxismo, i bolscevichi affondavano le loro radici anche nell'humus del movimento rivoluzionario russo che, per tutto il XIX secolo, aveva mantenuto uno stretto rapporto con una violenza minoritaria la cui prima espressione radicale era stata quella del famoso Sergej Necaev, al quale s'ispirò Dostoevskij per descrivere Petr Verchovenskij, il personaggio del rivoluzionario del celebre romanzo I Demoni.


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Nel 1869 Necaev scrisse un Catechismo in cui disegnava il proprio autoritratto: “II rivoluzionario è un uomo perduto in partenza. Non ha interessi particolari, o sentimenti, relazioni, proprietà, non ha nemmeno un nome.

Tutto in lui è assorbito da un unico interesse che esclude tutti gli altri, da un unico pensiero,…la rivoluzione.

In fondo al suo animo, non solo a parole ma anche con i fatti, ha spezzato i legami con l'ordine pubblico e con il mondo civile tutt'intero, con tutte le leggi e le convenzioni sociali e le regole morali di quel mondo. Il rivoluzionario è un nemico implacabile e continua a vivere solo per distruggerlo inesorabilmente.”

Più avanti Necaev precisava i suoi obiettivi: «II rivoluzionario non s'inserisce nel mondo politico e sociale, nel mondo cosiddetto colto, e vi vive unicamente nella fede della sua distruzione più totale e più rapida.

Non è un rivoluzionario se prova pietà per qualcosa di quel mondo». E subito progettava l'azione: «Tutta questa società immonda dev'essere divisa in più categorie. La prima comprende i condannati a morte immediata.... La seconda gli individui a cui viene provvisoriamente concessa la vita affinché attraverso i loro atti mostruosi spingano il popolo al sollevamento ineluttabile».

Necaev ebbe degli emuli. Il 1° marzo 1887 ci fu un attentato contro lo Alessandro III; l'attentato fallì ma gli autori vennero arrestati: tra essi Aleksandr Il'ic Ul'janov, fratello maggiore di Lenin, che fu impiccato insieme a quattro complici. L'odio di Lenin per il regime zarista aveva radici profonde e peraltro fu Lenin stesso, all'insaputa dei mèmbri dell'Ufficio politico, a decidere e organizzare il massacro della famiglia Romanov nel 1917.

Per Martin Malia questa azione violenta di una parte dell'intellighenzia, «immaginario ritorno alla Rivoluzione francese, segnava l'ingresso, sulla scena mondiale, del terrorismo come tattica politica sistematizzata (ben diverso dal terrorismo dell'attentato solitario). E fu così che la strategia populista dell'insurrezione dal basso (dalle masse), unita al terrore proveniente dall'alto (dalle élite che le guidavano), sfociò in Russia in una legittimazione della violenza politica che andava oltre le legittimazioni iniziali dei movimenti rivoluzionari sorti tra il 1789 e il 1871 in Europa occidentale».

Questa violenza politica, marginale, si alimentava peraltro della violenza che da secoli impregnava la vita russa, come sottolinea Hélène Carrère d'Encausse nel suo libro Le Malheur russe: Nel suo malessere senza pari questo paese appare quale un enigma a coloro che scrutano il destino.

E tentando di mettere a nudo le cause profonde di tale malessere secolare che un legame specifico ci è sembrato unire - sempre per il peggio - la conquista o il mantenimento del potere all'uso dell'omicidio politico, individuale o di massa, reale o simbolico. ... Questa lunga tradizione assassina ha senza dubbio modellato una coscienza collettiva in cui l'attesa di un universo politico pacificato occupa un posto minimo.

Lo zar Ivan IV, detto «il Terribile», non ha nemmeno 13 anni quando nel 1543 da in pasto ai cani il principe Sujskij, suo primo ministro. Nel 1560, in seguito alla morte della moglie, cade in preda a una sorta di furore vendicativo; sospetta in chiunque un traditore potenziale, stermina a cerchi concentrici tutti coloro che appartengono all'ambiente dei suoi nemici, reali o immaginari. Crea un corpo di guardia, l'Opricnina, che ha carta bianca e applica il terrore individuale e collettivo.

Nel 1572 elimina i membri dell'Opricnina, prima di assassinare il proprio figlio ed erede. Ed è sotto il suo regno che viene istituita la servitù della gleba. Pietro il Grande non sarà molto più tenero, ne con i nemici dichiarati della Russia ne con l'aristocrazia ne con il popolo. Anch'egli ucciderà il figlio, suo erede, con le proprie mani.

Da Ivan a Pietro si è sempre trattato di uno stesso meccanismo specifico che univa la volontà di progresso emanata da un potere assoluto a un asservimento sempre più marcato del popolo e dell'elite allo Stato dittatoriale e terrorista.

Come infatti scrive Vasilij Grossman a proposito dell'abolizione della servitù della gleba nel 1861: «Quest'evento scosse la base millenaria della Russia, una base che non fu toccata ne da Pietro ne da Lenin: la dipendenza dello sviluppo russo dalla schiavitù russa». Come sempre accade, questa schiavitù si è potuta mantenere nei secoli solo grazie a un alto grado di violenza permanente. Tomàs Masaryk, uomo di Stato di vasta cultura, fondatore nel 1918 della Repubblica cecoslovacca, stabilì subito un legame tra le violenze zariste e quelle bolsceviche.

Nel 1924 scriveva:

I russi, sia i bolscevichi che gli altri, sono figli dello zarismo. È da esso che per secoli è scaturita la loro educazione e la loro formazione. Sono riusciti a eliminare lo zar ma non hanno eliminato lo zarismo.

I russi continuano a indossare la divisa zarista, anche se alla rovescia. ... I bolscevichi non erano pronti a una rivoluzione amministrativa e positiva ma solo a una rivoluzione negativa, il che significa che, per fanatismo dottrinale, ristrettezza di vedute e mancanza di cultura, hanno compiuto una gran quantità di distruzioni inutili. Quello che soprattutto gli rimprovero è di aver preso gusto all'assassinio, esattamente come gli zar. La cultura della violenza non era esclusiva degli ambienti che detenevano il potere. Quando a ribellarsi erano le masse contadine, il massacro dei nobili e il terrore selvaggio erano all'ordine del giorno. Due di queste rivolte hanno lasciato una particolare impronta nella memoria russa, quella di «Sten'ka» Razin, tra il 1667 e il 1670, e soprattutto quella di Pugacev che, tra il 1773 e il 1775, si mise a capo di un'immensa sollevazione di contadini, fece tremare il trono di Caterina la Grande e lasciò una traccia sanguinosa lungo tutta la valle del Volga prima di venire catturato e giustiziato in maniera atroce: squartato, tagliato a pezzi e gettato in pasto ai cani. Stando a Maksim Gor'kij, scrittore, testimone e interprete della miseria della Russia prima del 1917, la violenza emana dalla società stessa. Nel 1922, quando disapprovava i metodi bolscevichi, scrisse un lungo testo premonitore: La crudeltà, ecco ciò che mi ha stupito e tormentato per tutta la vita. In cosa consistono, dove sono le radici della crudeltà umana? Ci ho riflettuto molto, non ci ho capito nulla e non ci capisco ancora nulla. ... Adesso, dopo la spaventosa follia della guerra europea e gli eventi sanguinosi della Rivoluzione, ... mi rendo conto che la crudeltà russa sembra non essere evoluta; si direbbe che la sua forma non cambi. Un memorialista dell'inizio del XVII secolo racconta che ai suoi tempi si praticavano queste torture: «Si metteva la polvere da sparo in bocca al condannato e vi si dava fuoco; ad altri s'introduceva la polvere dal basso. Alle donne si bucavano i seni e, dopo avervi infilata una corda, le si appendeva». Nel 1918 e nel 1919 si facevano le stesse cose sul Don e sull'Ural: s'introduceva in un uomo, dal basso, una cartuccia di dinamite e lo si faceva saltare. Credo che il senso di pura crudeltà speciale sia proprio del popolo russo - così come il senso dell'umorismo è proprio degli inglesi -, una crudeltà a sangue freddo, quasi smaniosa di tastare i limiti della resistenza umana alla sofferenza, di studiare la durata, la stabilità della vita. Nella crudeltà russa si sente come una raffinatezza diabolica; c'è in essa qualcosa di sottile, di ricercato. Non basta spiegare questa particolarità parlando di psicosi o di sadismo, parole che in fondo non spiegano niente.... Se tali atti di crudeltà non fossero che l'espressione della psicologia perversa degli individui, si potrebbe non parlarne affatto: rientrerebbero nel campo dello psichiatra e non del moralista. Io però mi riferisco ai divertimenti collettivi attraverso la sofferenza. ... Chi sono i più crudeli? I Bianchi o i Rossi? Probabilmente lo sono in egual misura, perché tanto gli uni che gli altri sono russi. Del resto, al problema del livello di crudeltà la storia risponde nel modo più chiaro: il più attivo è il più crudele. Eppure, dopo la metà del XIX secolo la Russia sembrava aver adottato un corso più moderato, più «occidentale», più «democratico». Nel 1861 lo zar Alessandro II abolì la servitù della gleba ed emancipò i contadini; creò i zemstvo, organi di potere locali. Nel 1864, al fine di fondare uno Stato di diritto, inaugurò un sistema giudiziario indipendente. Fiorirono le università, le arti e gli spettacoli. Nel 1914 buona parte dell'analfabetismo delle campagne - che rappresentavano l'85 per cento della popolazione - era stata riassorbita. La società sembrava coinvolta in una corrente «civilizzatrice» che la conduceva verso un'attenuazione della violenza a tutti i livelli. E la sconfitta della rivoluzione del 1905 diede anch'essa un impulso vigoroso al movimento democratico della società. Paradossalmente fu proprio nel momento in cui la riforma sembrava poter averla vinta sulla violenza, sull'oscurantismo e sull'arcaismo che la guerra venne a guastare tutto e che, il 1° agosto 1914, la più brutale violenza di massa fece bruscamente irruzione sulla scena europea.

Tratto e sintetizzato liberamente da « Il libro nero del comunismo » ed. Mondadori – tutti dovremmo possedere un tale lavoro scientifico nelle nostre librerie.

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Martin Malia scrive: L’Orestiade di Eschilo dimostra che da crimine nasce crimine e dalla violenza nasce violenza, finché il primo crimine della catena, il peccato originale del genere umano, non venga espiato in un mare di sofferenza. Allo stesso modo è il sangue dell'agosto 1914, sorta di maledizione degli Atridi nella casa Europa, che ha generato la concatenazione di violenze internazionali e sociali che hanno dominato tutto il secolo: non c'era rapporto tra la violenza e le carneficine della prima guerra mondiale e i guadagni che l'uno o l'altro campo potevano sperare. È la guerra che ha prodotto la Rivoluzione russa e la presa di potere da parte dei bolscevichi. Lenin non avrebbe smentito questa analisi, lui che dal 1914 reclamava la trasformazione della «guerra imperialista in guerra civile» e profetizzava che dalla guerra capitalista sarebbe sorta la rivoluzione socialista. La violenza fu particolarmente intensa, continuò per quattro anni, sotto forma di un massacro ininterrotto e implacabile, e sfociò nella morte di 8 milioni e mezzo di soldati. Si trattava di un nuovo tipo di guerra, definito dal generale tedesco Ludendorff «guerra totale», poiché coinvolgeva fino alla morte sia i militari sia i civili.

E tuttavia questa violenza, che era giunta a un livello mai visto nella storia mondiale, rimase limitata grazie a un insieme di leggi e di consuetudini internazionali. La pratica delle stragi quotidiane, spesso in condizioni terribili - il gas, i soldati sepolti vivi dallo spostamento d'aria provocato dalle granate, le lunghe agonie in trincea -, ha però considerevolmente pesato sulle coscienze e indebolito le difese psicologiche degli uomini di fronte alla morte. Si è potuta sviluppare una certa insensibilità, persino una certa desensibilizzazione.

Karl Kautsky, il principale leader e teorico del socialismo tedesco, tornò sull'argomento nel 1920: È alla guerra che va attribuita la causa principale della trasformazione nella tendenza umanitaria in tendenza alla ferocia. ... Per quattro anni la guerra mondiale assorbì quasi tutta la popolazione maschile sana e le inclinazioni brutali del militarismo toccarono l'apice dell'insensibilità e della bestialità. Di conseguenza il proletariato non poté sfuggire alla loro influenza. Ne fu contaminato al più alto livello e ne usa inebetito da tutti i punti di vista. Coloro che tornavano erano fin troppo predisposti dagli usi della guerra a difendere in tempo di pace le loro rivendicazioni e i loro interessi con atti sanguinari e violenze verso i propri concittadini. Ciò costituì uno degli elementi della guerra civile.

Paradossalmente, nessun capo bolscevico ha partecipato alla guerra, sia perché in esilio (Lenin, Trockij, Zinov'ev) sia perché relegati in regioni remote della Siberia (Stalin, Kamenev). Per la maggior parte uomini di studio o grandi oratori, privi di esperienza militare, non avevano mai partecipato a una vera battaglia, con dei morti veri. Fino alla presa di potere le loro guerre erano state soprattutto verbali, ideologiche e politiche. Avevano una visione astratta della morte, dei massacri e della catastrofe umana. L'ignoranza personale degli orrori della guerra ha forse giocato in favore della spietatezza. I bolscevichi avevano sviluppato un'analisi di classe largamente teorica che ignorava la dimensione profondamente nazionale, persino nazionalista, del conflitto. Attribuivano al capitalismo la responsabilità del massacro, giustificando a priori la violenza rivoluzionaria. Ponendo fine al regno del capitalismo, la rivoluzione avrebbe posto fine ai massacri, a costo dell'eliminazione fisica del «pugno» di capitalisti responsabili.

Macabra speculazione, fondata sull'ipotesi totalmente erronea che il male andava combattuto con il male. Negli anni Venti, tuttavia, un certo pacifismo alimentato dalla rivolta contro la guerra è stato spesso una delle ragioni dell'adesione al comunismo. Ciò non toglie che, come sottolinea Francois Furet nel Passato di un'illusione, la guerra è fatta da masse di civili irreggimentati, passati dall'autonomia cittadina all'obbedienza militare per un periodo di cui non conoscono la durata e gettati in un inferno dov'è più importante «farcela» che non calcolare, osare o vincere.

La servitù militare non è apparsa mai così priva di nobiltà come agli occhi di quei milioni di uomini trapiantati, usciti di fresco dal mondo morale della vita cittadina. ... La guerra è lo stato politico più estraneo al cittadino.... Ciò che la rende necessaria appartiene all'ambito delle passioni e non ha rapporto con quello degli interessi, che transige, e ancor meno con quello della ragione, che avvicina. ... L'esercito in guerra costituisce un ordine sociale in cui l'individuo non esiste più e la cui stessa disumanità ne spiega la forza d'inerzia, che è quasi impossibile spezzare. La guerra ha legittimato di nuovo là violenza e il disprezzo dell’individuo, e al tempo stesso ha indebolito la cultura democratica ancora in via di sviluppo e rivitalizzato la cultura della schiavitù. Alla svolta del XX secolo l'economia russa era entrata in una fase di robusta crescita e la società sviluppava di giorno in giorno la propria autonomia. D'un tratto le costrizioni eccezionali della guerra, tanto sugli uomini quanto sulla produzione e le strutture, misero a nudo i limiti di un regime politico il cui capo mancava dell'energia e della chiaroveggenza necessario a sistemare le cose. La rivoluzione del febbraio 1917 fu la risposta a una situazione catastrofica e si orienta verso una forma «classica»: una rivoluzione «borghese» e democratica con elezione di un'assemblea costituente, seguita da una rivoluzione sociale, operaia e contadina. Con il colpo di Stato bolscevico del 7 novembre 1917 tutto venne rimesso in causa e la rivoluzione entrò in un'era di violenza generalizzata. Resta aperta una questione: perché in Europa solo la Russia subì un simile cataclisma?

Se la guerra mondiale e la tradizionale violenza russa permettono di capire meglio il contesto in cui i bolscevichi giunsero al potere, esse non spiegano però l'atteggiamento estremamente brutale da loro assunto fin dall'inizio e in singolare contrasto con la rivoluzione inaugurata nel febbraio 1917, il cui esordio aveva avuto un carattere largamente pacifico e democratico. L'uomo che impose questa violenza, così come impose al suo partito la presa del potere, fu Lenin. Lenin instaurò una dittatura che si rivelò ben presto terrorista e sanguinaria. La violenza rivoluzionaria non apparve più allora come una violenza reattiva, una difesa nei confronti delle forze zariste scomparse da mesi, ma come una violenza attiva, che risvegliò la vecchia cultura russa della brutalità e della crudeltà, e attizzò la violenza latente della rivoluzione sociale. Sebbene il Terrore rosso sia stato inaugurato «ufficialmente» il 2 settembre 1918, è esistito un «terrore prima del terrore». Fin dal novembre 1917, infatti, Lenin ha deliberatamente organizzato il terrore, ancorché in assenza di ogni aperta opposizione degli altri partiti e delle diverse componenti della società. Il 4 gennaio 1918 Lenin diede ordine di disperdere la Costituente eletta a suffragio universale - per la prima volta nella storia russa - e di sparare sui partigiani di quest'ultima che protestavano nelle strade. Questa prima fase terrorista è stata denunciata immediatamente e con forza da un socialista russo, il capo dei menscevichi, Julij Martov, che nell'agosto del 1918 scriveva: Fin dai primi giorni in cui salirono al potere, e sebbene avessero dichiarato abolita la pena di morte, i bolscevichi incominciarono ad ammazzare. Ammazzare i prigionieri della guerra civile, come fanno tutti i selvaggi. Ammazzare i nemici che dopo la battaglia si erano arresi con la promessa di aver salva la vita.... In seguito alle carneficine organizzate o ben tollerate dai bolscevichi lo stesso potere si occupò dell'eliminazione dei nemici. ... Dopo aver sterminato decine di migliaia di individui senza processarli, i bolscevichi procedono adesso a esecuzioni... in piena regola.

E hanno formato un nuovo tribunale rivoluzionario supremo per giudicare i nemici del potere sovietico. Martov aveva un cupo presentimento: La bestia ha leccato il sangue umano, caldo. La macchina per uccidere si è messa in moto. M.M. Medvedev, Bruno, Peterson, Karelin - i giudici del tribunale rivoluzionario - si sono rimboccati le maniche e si sono dedicati al macello. ... Ma il sangue chiama sangue. Il terrore politico instaurato in ottobre dai bolscevichi ha sparso sulla Russia i suoi vapori sanguinari. La guerra civile aumenta le atrocità, degradando gli individui allo stato selvaggio, alla ferocia. Sempre più vengono dimenticati i grandi principi di autentica umanità che il socialismo ha sempre insegnato.

Poi Martov apostrofa Radek e Rakovskij, due socialisti che si erano uniti ai bolscevichi, uno ebreo polacco e l'altro romeno-bulgaro: Siete venuti da noi per coltivare la nostra antica barbarie conservata dagli zar, per incensare il vecchio altare russo dell'assassinio, per portare a un livello ancora mai visto, persino nel nostro paese selvaggio, il disprezzo della vita altrui, per organizzare infine l'opera panrussa della «boiacrazia». ... Il boia e tornato a essere la figura centrale della vita russa. A differenza del Terrore della Rivoluzione francese che, eccezion fatta per la Vandea, non ha toccato che un sottile strato della popolazione, sotto Lenin il terrore prende di mira tutte le formazioni politiche e tutti gli strati della popolazione: nobili, altoborghesi, militari, poliziotti, ma anche costituzionaldemocratici, menscevichi, socialisti rivoluzionari, così come il popolo nel suo complesso, contadini e operai. Gli intellettuali vennero particolarmente maltrattati e il 6 settembre 1919, dopo l'arresto di molte decine di grandi scienziati, Gor'kij inviò una lettera furiosa a Lenin: Per me la ricchezza di un paese e la potenza di un popolo si misurano con la quantità e la qualità del suo potenziale intellettuale. La rivoluzione ha senso solo se favorisce la crescita e lo sviluppo di questo potenziale. Gli uomini di scienza devono essere trattati con il massimo di attenzioni e di rispetto. Noi invece, salvando la pelle, tagliamo la testa del popolo, distruggiamo il nostro cervello! La brutalità della risposta di Lenin fu all'altezza della lucidità della lettera di Gor'kij: Si avrebbe torto a equiparare le «forze intellettuali» del popolo alle «forze» dell'intellighenzia borghese. ... Le forze intellettuali degli operai e dei contadini crescono e si amplificano con la lotta per il rovesciamento della borghesia e dei suoi accoliti, piccoli intellettuali penosi, lacchè del capitale, che credono di essere il cervello della nazione. In realtà non ne sono il cervello, ma la porcheria. Questo aneddoto sugli intellettuali è un primo indizio del disprezzo profondo che Lenin nutriva per i suoi contemporanei, comprese le menti più eccelse. Di lì a poco passerà dal disprezzo all'assassinio. L'obiettivo prioritario di Lenin era quello di conservare il potere il più a lungo possibile. Dopo dieci settimane, quand'ebbe superato la durata della Comune di Parigi, iniziò a illudersi e la volontà di serbare il potere venne decuplicata. Il corso della storia iniziò allora a biforcarsi e la Rivoluzione russa, canalizzata dai bolscevichi, si avventurò lungo un sentiero fino ad allora inesplorato. Perché il mantenimento del potere era così importante da giustificare l'impiego di tutti i mezzi e l'abbandono dei principi morali più elementari? Perché esso solo permetteva a Lenin di mettere in pratica le sue idee, di «costruire il socialismo». La risposta pone in luce il vero motore del terrore: l'ideologia leninista e la volontà, interamente utopistica, di applicare una dottrina in totale distonia con la realtà. Da questo punto di vista è legittimo chiedersi: cosa c'è di marxista nel leninismo anteriore al 1914 e, soprattutto, in quello posteriore al 1917? Certo, Lenin basava il suo tentativo su qualche elementare nozione marxista: la lotta di classe, la violenza in quanto levatrice della Storia, il proletariato come classe detentrice del senso della Storia.

Ma fin dal 1902, Lenin proponeva un nuovo concetto del partito rivoluzionario, che doveva essere costituito da rivoluzionari di professione riuniti in una struttura clandestina retta da una disciplina di tipo militare. Egli riprendeva e sviluppava il modello di Necaev, molto lontano dalla concezione delle grandi organizzazioni socialiste tedesche, inglesi o francesi.

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Fu nel 1914 che sopraggiunse la rottura definitiva con la II Internazionale. Mentre quasi tutti i partiti socialisti, di fronte alla brutale potenza del sentimento nazionale, aderivano ai rispettivi governi, Lenin si lanciò in una teorica fuga in avanti: profetizzò «la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile». Mentre un freddo ragionamento avrebbe portato a concludere che il movimento socialista non era ancora abbastanza forte da poter bloccare il nazionalismo e che dopo una guerra inevitabile - poiché non si era potuto evitarla - sarebbe stato chiamato a raccogliere le proprie forze per impedire ogni recidiva bellicista, in Lenin ebbe invece partita vinta la passione rivoluzionaria: il suo fu un atto di fede, una scommessa, prendere o lasciare. Per due anni la profezia leninista sembrò sterile. Poi, d'improvviso, la divina sorpresa: la Russia entrava nella rivoluzione.

Lenin era convinto che bisognava vedervi la conferma lampante della sua predizione. Il volontarismo di Necaev ebbe la meglio sul determinismo di Marx. Se la diagnosi sulla possibilità d'impadronirsi del potere era assolutamente esatta, l'ipotesi che la Russia fosse pronta a percorrere la via del socialismo, da cui sarebbe scaturito un progresso folgorante, si rivelò radicalmente falsa. È in questo errore di valutazione che risiede una delle cause profonde del terrore, in questo sfasamento tra la realtà - una Russia che aspirava ad accedere alla libertà - e la volontà leninista di garantirsi il potere assoluto per poter applicare una dottrina sperimentale.

Già nel 1920 Trockij aveva ben definito questo concatenamento implacabile: È del tutto evidente che se ci si da come compito quello dell'abolizione della proprietà individuale dei mezzi di produzione, per pervenirvi non c'è altra via che la concentrazione di tutti i poteri dello Stato nelle mani del proletariato e la creazione di un regime speciale durante il periodo transitorio.... La dittatura è indispensabile poiché non si tratta di mutamenti parziali ma dell'esistenza stessa della borghesia. Su questa base non è possibile nessun accordo, solo la forza può decidere.... Chi vuole il fine non può rinunciare ai mezzi. Dibattuto tra la volontà di applicare la sua dottrina e la necessità di mantenere il potere, Lenin immaginò il mito della rivoluzione bolscevica mondiale. A partire dal 1917 volle credere che l'incendio rivoluzionario avrebbe devastato tutti i paesi implicati nella guerra, capofila la Germania. Invece non ci fu nessuna rivoluzione mondiale e, dopo la disfatta tedesca del novembre 1918, sorse una nuova Europa che non si preoccupò delle fiammelle rivoluzionarie rapidamente estinte in Ungheria, in Baviera e nella stessa Berlino. Il fallimento della teoria leninista della rivoluzione europea e mondiale, evidente al momento della disfatta dell'Armata rossa sotto Varsavia nel 1920, ma ammesso soltanto nel 1923 dopo l'insuccesso dell'Ottobre tedesco, lasciò i bolscevichi da soli, a tu per tu con una Russia in piena anarchia.

Mai come allora il terrore fu all'ordine del giorno, in quanto permetteva di conservare il potere, di cominciare a rimodellare la società attenendosi alla teoria e d'imporre il silenzio a tutti coloro che con i loro discorsi, le loro esperienze o la loro sola esistenza - sociale, economica, intellettuale - denunciavano ogni giorno la vacuità della teoria.

L'utopia al potere divenne un'utopia omicida. Questo doppio sfasamento tra teoria marxista e teoria leninista prima, e tra teoria leninista e realtà poi, ha dato luogo al primo dibattito fondamentale sul significato della rivoluzione russa e bolscevica. Già nell'agosto 1918 Kautsky emise un giudizio senz'appello: In nessun caso è permesso supporre che in Europa occidentale si ripeteranno gli avvenimenti della grande Rivoluzione francese.

Se la Russia attuale mostra parecchie similitudini con la Francia del 1793 è la prova che essa è prossima allo stadio della Rivoluzione francese. ...

Ciò che sta succedendo laggiù non è la prima rivoluzione socialista ma l'ultima rivoluzione borghese. Avvenne allora un fatto fondamentale: il mutamento completo dello statuto dell'ideologia nel movimento socialista.

Già prima del 1917 Lenin aveva dato prova della convinzione profonda di essere l'unico a detenere la vera dottrina socialista, l'unico a decifrare il «senso della Storia». L'irruzione della Rivoluzione russa e, soprattutto, la presa di potere gli apparvero come «segni del Ciclo», come una conferma lampante, incontestabile, che la sua ideologia e la sua analisi erano infallibili. Dopo il 1917 la sua politica e l'elaborazione teorica che l'accompagna diventano vangelo.

L'ideologia si trasforma in dogma, in verità assoluta e universale.

Questa sacralizzazione ha conseguenze immediate, ben individuate da Cornè'lius Castoriadis: Se c'è una teoria vera della storia, se c'è una razionalità che opera nelle cose, è chiaro che la guida dello sviluppo dev'essere affidata agli specialisti di questa teoria, ai tecnici di questa razionalità.

Il potere assoluto del partito ... ha uno statuto filosofico; si basa sulla concezione materialistica della storia. ... Se questa concezione è vera, il potere dev'essere assoluto, la democrazia non è che una concessione alla fallibilità umana dei dirigenti o un procedimento pedagogico che essi soli possono somministrare a giuste dosi.

È l'ascesa dell'ideologia e della politica a rango di verità assoluta e «scientifica» che fonda la dimensione «totalitaria» del comunismo. E essa che impone il partito unico. Ed è ancora essa che giustifica il Terrore.

E che costringe il potere a investire tutti gli aspetti della vita sociale e individuale.

Lenin afferma la validità della sua teoria proclamandosi rappresentante di un proletariato russo numericamente molto debole, che non esiterà a schiacciare quando gli si rivolterà contro. Questa indebita appropriazione del simbolo proletario è stata una delle grandi imposture del leninismo e già nel 1922 aveva provocato la replica crudele di Aleksandr èljapnikov, uno dei pochi dirigenti bolscevichi di origine operaia, che nell'XI Congresso del Partito apostrofò Lenin in questo modo: «Vladimir Die ha affermato ieri che il proletariato come classe e nel senso marxista del termine non esisteva [in Russia].

Permettetemi di felicitarmi con voi per il fatto di esercitare la dittatura in nome di una classe che non esiste!». Questa manipolazione del simbolo proletario si ritroverà in tutti i regimi comunisti d'Europa come del Terzo mondo, dalla Cina a Cuba.

Una delle principali caratteristiche del leninismo risiede proprio in questa manipolazione del linguaggio, nella separazione tra le parole e la realtà che si ritiene rappresentino, in una visione astratta delle cose in cui la società e gli uomini hanno perso ogni spessore e non sono altro che i pezzi di una sorta di meccano storico e sociale.

Questa astrazione, strettamente legata alla pratica ideologica, è un dato fondamentale del terrore: non si sterminano gli uomini, ma i «borghesi», i «capitalisti», i «nemici del popolo»; non si ammazzano Nicola II e la sua famiglia, ma i «difensori del feudalesimo», le «sanguisughe», i parassiti, i pidocchi...

Questa pratica ideologica ha avuto in brevissimo tempo un impatto considerevole grazie al controllo del potere dello Stato, che procura legittimità, prestigio e mezzi. In nome della verità del messaggio i bolscevichi sono passati dalla violenza simbolica alla violenza reale e hanno instaurato un potere assoluto e arbitrario che hanno chiamato «dittatura del proletariato», riprendendo un'espressione che Marx aveva usato casualmente in una lettera.

I bolscevichi, inoltre, intraprendono una formidabile opera di proselitismo: nutrono nuove speranze dando l'impressione di rendere al messaggio rivoluzionario tutta la sua purezza originaria. Queste speranze trovano una facile eco sia in coloro che sono animati da un desiderio di vendetta dopo l'esito della guerra, sia in coloro - spesso gli stessi - che sognano un rilancio del mito rivoluzionario.

Il bolscevismo diventa rapidamente di portata universale e trova emuli nei cinque continenti. Il socialismo si trova davanti a un bivio: democrazia o dittatura. Con il libro La dittatura del proletariato, scritto nell'estate del 1918, Kàutsky rigira il coltello nella piaga.

I bolscevichi sono al potere solo da sei mesi e pochi indizi lasciano presagire la carneficina che il loro sistema politico provocherà, quando Kàutsky mette a fuoco il nocciolo della questione: L'opposizione delle due correnti socialiste ... si basa sull'opposizione di due metodi fondamentalmente differenti: il metodo democratico e il metodo dittatoriale.

Le due correnti vogliono la stessa cosa: l'emancipazione del proletariato, e con lui dell'umanità, attraverso il socialismo.

Ma la via scelta dagli uni è falsa e non può che condurre alla rovina, secondo gli altri. ... La rivendicazione della libera discussione ci pone subito sul terreno della democrazia. Lo scopo della dittatura, infatti, non è quello di confutare l'opinione contraria, ma di sopprimerne violentemente l'espressione.

I due metodi della democrazia e della dittatura, quindi, si oppongono l'uno all'altro in modo irriducibile già prima dell'inizio della discussione. L'uno esige la discussione, l'altro la rifiuta. Ponendo al centro del suo ragionamento la democrazia, Kàutsky riflette: La dittatura di una minoranza trova sempre l'appoggio più solido in un esercito fidato.

Ma più la dittatura mette al posto della maggioranza la forza delle armi, più costringe l'opposizione a cercare la propria salvezza nei pugni e nelle baionette invece di ricorrere al voto, che le è rifiutato; allora la guerra civile diventa il mezzo attraverso cui vengono risolti i contrasti politici e sociali. Finché non regna la più perfetta apatia politica e sociale o il più perfetto scoramento, la dittatura di una minoranza è costantemente minacciata dai colpi di Stato o dalla guerriglia permanente.... Allora la dittatura non riesce più a uscire dalla guerra civile e si confronta in ogni momento con il pericolo di vedersi schiacciare dalla guerra civile.

E non c'è maggior ostacolo alla costruzione di una società socialista di una guerra intestina. ... In una guerra civile ogni partito combatte per la propria esistenza e quello che fallisce è minacciato dell'annientamento totale.

È questa consapevolezza che rende le guerre civili così crudeli. Questa analisi premonitrice chiedeva imperativamente una: risposta. Furioso, e nonostante gli immani compiti che aveva di fronte, Lenin scrisse un testo diventato famoso: La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kàutsky. Il titolo la diceva lunga sulla piega che avrebbe preso la discussione... o, come aveva predetto Kàutsky, il rifiuto della discussione. Lenin definì il punto centrale del suo pensiero e della sua azione: «In mano alla classe dominante lo Stato è una macchina destinata a schiacciare la resistenza dei suoi nemici di classe.

Da questo punto di vista la dittatura del proletariato non si distingue in nulla dalla dittatura di ogni altra classe, per i bolscevichi la guerra civile diventa una forma permanente della lotta politica. La guerra civile dei Rossi contro i Bianchi nasconde un'altra guerra, ben più importante e molto più significativa, la guerra dei Rossi contro una parte considerevole del mondo operaio e gran parte del mondo contadino che, a partire dall'estate del 1918, cominciano a non sopportare più il giogo bolscevico. Questa guerra non oppone più, come negli schemi tradizionali, due gruppi politici in conflitto, ma contrappone il potere costituito alla maggior parte della società. Sotto Stalin questa guerra opporrà il Partito-Stato a tutta la società nel suo insieme.

È un fenomeno nuovo, inedito, e che potrà conoscere una certa durata e una certa estensione solo grazie all'instaurazione di un sistema totalitario che controlli il complesso delle attività della società e si basi su un terrore di massa.

I recenti studi compiuti sulla base degli archivi dimostrano che la «sporca guerra» (Nicolas Werth) degli anni 1918-1921 è stata la vera e propria matrice del regime sovietico, il crogiolo in cui si sono forgiati gli uomini che avrebbero portato avanti e sviluppato la Rivoluzione, il calderone infernale in cui si è formata la mentalità così particolare del comunista leninista-stalinista, un misto di esaltazione idealistica, di cinismo e di crudeltà disumana. Questa guerra civile, estesa dal territorio sovietico al mondo intero e destinata a durare finché il socialismo non avesse conquistato il pianeta, instaurava la crudeltà come modo di relazione «normale» tra gli uomini.

Essa ha provocato la rottura delle tradizionali barriere contro una violenza assoluta, fondamentale. Tuttavia, fin dai primi giorni della Rivoluzione bolscevica i problemi posti da Kautsky assillavano i rivoluzionari russi.

Isak Stejnberg, socialista rivoluzionario di sinistra alleato con i bolscevichi e, dal dicembre 1917 al maggio 1918, commissario del popolo per la Giustizia, sin dal 1923 parlava, a proposito del potere bolscevico, di un «sistema di terrore di Stato metodico» e poneva il problema centrale del limite della violenza nella rivoluzione: il rovesciamento del vecchio mondo, la sua sostituzione con una vita nuova ma che mantiene gli stessi mali, che è contaminata dagli stessi vecchi principi, ecco ciò che mette il socialismo davanti a una scelta cruciale: la violenza antica [zarista, borghese] o la violenza rivoluzionaria nel momento della lotta decisiva....

La violenza antica è solo una protezione morbosa della schiavitù, la violenza nuova è il doloroso cammino verso l'emancipazione. ... È questo che determina la nostra scelta: strumentalizziamo la violenza per farla finita per sempre con la violenza. Contro di essa non c'è infatti nessun altro strumento di lotta. È qui che si trova la ferita morale aperta dalla rivoluzione.

Qui si rivelano la sua antinomia, il suo dolore interno, la sua contraddizione. E aggiungeva: «Così come il terrore, la violenza (considerata anche sotto forma di costrizione e di menzogna) contamina sempre i tessuti fondamentali dell'anima, dapprima del vinto, contemporaneamente del vincitore e in seguito della società tutt'intera». G. Stejnberg era cosciente dei rischi enormi che correva il loro esperimento dal semplice punto di vista della «morale universale» o del «diritto naturale». Gor'kij era nello stesso stato d'animo quando, il 21 aprile 1923, scrisse a Romain. Rolland: «Non sento nessun desiderio di tornare in Russia.

Non potrei scrivere se dovessi sprecare il mio tempo a ripetere sempre la stessa antifona: "Non uccidere"».

Tutti gli scrupoli dei rivoluzionari non bolscevichi e le ultime apprensioni dei bolscevichi furono spazzate via dalla furia di Lenin, cui Stalin diede poi il cambio. E il 2 novembre 1930 Gor'kij, che nel frattempo aveva aderito alle idee del «capo geniale», poté scrivere in un'altra lettera a Romain Rolland: Credo, Rolland, che lei avrebbe giudicato le vicende interne dell'Unione [Sovietica] con più serenità ed equità se avesse accolto questo semplice fatto: il regime sovietico e l'avanguardia del partito operaio si trovano in stato di guerra civile, cioè di guerra di classe. Il nemico contro cui lottano - e devono lottare - è l'intellighenzia, che si sforza di restaurare il regime borghese, e il contadino ricco che, difendendo i suoi piccoli beni, base del capitalismo, impedisce l'opera di collettivizzazione.

Il nemico è ricorso al terrore, all'assassinio dei collettivisti, all'incendio dei beni collettivizzati e ad altri metodi della guerra partigiana. In guerra si uccide. La Russia conobbe allora una terza fase rivoluzionaria, impersonata fino al 1953 da Stalin. Questa terza fase fu caratterizzata da un terrore generalizzato, simboleggiato dalle grandi purghe degli anni 1937-1938. Ormai viene presa di mira tutta la società, nonché l'apparato statale e il Partito. Stalin definisce via via i gruppi nemici da eliminare. E il nuovo terrore non aspetta la circostanza eccezionale della guerra per scatenarsi.

Prende l'avvio in tempo di pace esterna. Contrariamente a Hitler il quale, salvo eccezioni, non si è mai occupato della repressione lasciando questi compiti «subalterni» a uomini di fiducia come Himmler, Stalin se ne interessa da vicino e ne è l'iniziatore e l'organizzatore. Firma personalmente la lista delle migliaia di persone da fucilare e costringe gli uomini dell'Ufficio politico a fare altrettanto. Sotto il Grande terrore, in quattordici mesi, dal 1937 al 1938, durante quarantadue grandi operazioni ponderatamente organizzate, 1 milione 800.000 persone vengono arrestate e quasi 690.000 assassinate.

Il clima di guerra civile, più o meno «calda» o «fredda», intensa e aperta o dissimulata e latente, è costante. L'espressione «guerra di classe», spesso preferita a quella di «lotta di classe», non è più metaforica. Il nemico politico non è più il tale o il talaltro oppositore e neppure la «classe nemica», ma la società tutt'intera. Era inevitabile che prima o poi, per contagio, il terrore che mirava alla distruzione della società colpisse anche quella controsocietà costituita dal partito al potere. Già sotto Lenin, a partire dal 1921, i dissenzienti o gli oppositori erano stati puniti.

I nemici potenziali restavano però coloro che non erano membri del Partito. Sotto Stalin i membri del Partito diventano a loro volta nemici potenziali.

Bisognerà tuttavia attendere l'assassinio di Kirov perché Stalin, cogliendo il pretesto, ottenga di applicare la pena capitale anche ai membri del Partito. In tal modo egli si ricollega a Necaev, a cui Bakunin, nella sua lettera di rottura del giugno 1870, scriveva: Alla base della nostra attività dev'essere questa legge semplice: verità, onestà, fiducia tra tutti i fratelli [rivoluzionari], la menzogna, l'astuzia, la mistificazione e – per necessità - la violenza devono essere usate solo contro i nemici. ... Mentre lei, caro : -amico - ed è qui il suo principale e colossale errore - si è invaghito dei sistemi di Loyola e di Machiavelli. ... Animato dai principi e dai metodi polizieschi e gesuitici, ha pensato bene di fondare su di essi la sua organizzazione ... per cui si comporta con gli amici come se fossero suoi nemici. Un'altra innovazione stalinista consiste nel fatto che i carnefici sono destinati a diventare a loro volta vittime. Dopo l'assassinio di Zinov'ev e di Kamenev, suoi vecchi compagni di partito, Buharin dichiara alla moglie: «Sono felice che quei cani siano stati fucilati». Meno di due anni dopo sarà lui stesso a venir fucilato come un cane. Questa caratteristica dello stalinismo si ritrova in quasi tutti i regimi comunisti.

Prima di eliminare certi suoi «nemici», Stalin riservò loro una sorte particolare: li fece comparire in processi spettacolari. Lenin aveva inaugurato questa formula nel 1922 con il primo processo truccato, quello dei socialisti rivoluzionari.

Stalin perfezionò questo procedimento e ne fece una costante dell'apparato repressivo, poiché dopo il 1948 l'applicò anche nell'Europa dell'Est. Annie Kriegel ha ben mostrato il formidabile meccanismo di prevenzione sociale costituito da questi processi, la cui dimensione di «pedagogia infernale» sostituiva, sulla terra, l'inferno promesso dalle religioni. Simultaneamente veniva messa in atto una pedagogia dell'odio di classe, della stigmatizzazione del nemico. Nel comunismo asiatico questa procedura è stata spinta all'estremo, giungendo al punto di organizzare vere e proprie giornate dell'odio.

Alla pedagogia dell'odio Stalin aveva aggiunto la pedagogia del mistero: il segreto più assoluto circondava gli arresti, le accuse, le condanne, la sorte delle vittime.

Mistero e segreto, strettamente uniti al terrore, alimentavano un'opprimente angoscia in tutto l'insieme delle popolazioni. I bolscevichi, considerandosi in guerra, istituiscono tutta una terminologia per designare il nemico: «agenti nemici», «popolazioni che fanno causa comune con il nemico» ecc. Improntata al modello bellico, la politica è ricondotta a termini semplicistici, è definita come relazione amico/nemico, come rivendicazione di un «noi» opposto a un «loro». Essa implica una visione in termini di «campo», ancora un'espressione militare: il campo rivoluzionario, il campo controrivoluzionario.

A ciascuno viene imposto di scegliere il proprio campo, sotto pena di morte. Si tratta di una grave regressione a uno stadio arcaico della politica, che cancella centocinquant'anni di sforzi della borghesia democratica e individualista. Come definire il nemico? Poiché la politica è ricondotta a una guerra civile generalizzata in cui si contrappongono due forze - la borghesia e il proletariato - e necessita dello sterminio di una delle due parti ricorrendo ai mezzi più violenti, il nemico non è solo l'uomo del vecchio regime, l'aristocratico, l'altoborghese, l'ufficiale, ma chiunque si dichiari contrario alla politica bolscevica e venga qualificato come «borghese». Il «nemico» designa ogni persona o categoria sociale che, nella mente dei bolscevichi, sia di ostacolo al potere assoluto.

Il fenomeno appare immediatamente; e ciò anche in sedi in cui il terrore è ancora assente: le assemblee elettorali dei soviet. Kautsky - l'aveva presentito e nel 1918 scriveva: [Nei soviet] hanno diritto di votò solo coloro che «hanno acquisito i loro mezzi di sussistenza con il lavoro produttivo o proficuo per tutti». Ma cosa significa «il lavoro produttivo o proficuo per tutti»?

È un'espressione elastica. Elastica è anche l'ordinanza concernente coloro che sono esclusi dal diritto di voto, compresi coloro che «impiegano operai salariati per trarne profitto». ... È chiaro che basta poco per essere tacciato di capitalista sotto il regime elettorale della Repubblica sovietica e per perdere il diritto di voto.

La natura elastica delle definizioni delle parole della legge elettorale apre la porta al regno dell'arbitrio più palese e non è dovuta al sistema legislativo ma al suo oggetto.

Non si riuscirà mai a definire in maniera giuridica inattaccabile e precisa il termine «proletariato». Dato che il termine «proletario» aveva sostituito quello di «patriota» sotto Robespierre, la categoria del nemico è a statuto variabile e può gonfiarsi o sgonfiarsi a seconda della politica del momento. Essa diventa un elemento fondamentale della teoria e della pratica comuniste.

Tzvetan Todorov precisa: II nemico è la grande giustificazione del terrore; lo Stato totalitario non può vivere senza nemici.

Se non ce n'è, se li inventerà. Una volta identificati, costoro non meritano nessuna pietà. ...

Essere nemico è una tara inguaribile ed ereditaria. ... Qualche volta si insiste sul fatto che gli ebrei erano perseguitati non per ciò che avevano fatto ma per ciò che erano: ebrei. Il potere comunista non si comporta in maniera diversa: esige la repressione (o, nei momenti di crisi, l'eliminazione) della borghesia in quanto classe. La semplice appartenenza a questa classe e quanto basta, non è necessario qualcosa.

Rimane insoluto un problema essenziale: perché sterminare il «nemico»? Il ruolo tradizionale della repressione è, secondo il titolo di un'opera famosa, «sorvegliare e punire». La fase del «sorvegliare e punire» era forse già stata superata?

Il «nemico di classe» era irrecuperabile? Solzenicyn da una prima risposta dicendo che nel gulag i detenuti per reati comuni erano sistematicamente trattati meglio dei prigionieri politici. Non soltanto per motivi pratici - servivano a sorvegliare gli altri detenuti - ma per motivi «teorici». Infatti il regime sovietico si vantava di creare un «uomo nuovo», anche attraverso la rieducazione dei criminali più incalliti. Quest'ultima fu persino un argomento molto efficace della sua propaganda, tanto nella Russia di Stalin quanto nella Cina di Mao o nella Cuba di Castro.

Ma perché bisogna uccidere il «nemico»? Che la politica consista, tra le altre cose, nell'identificare amici e nemici, non è di per sé una novità.

Già il Vangelo aveva decretato: «Chi non è con me è contro di me». La novità consiste nel fatto che Lenin non solo stabilisce che «chi non è con me è contro di me», ma anche che «chi è contro di me deve morire» e generalizza questa argomentazione dal campo della politica a quello dell'intera società. Con il terrore si assiste a una doppia mutazione: l'avversario, prima nemico e poi criminale, viene trasformato in «escluso». Questa esclusione sfocia quasi automaticamente nell'idea di sterminio.

Infatti la dialettica amico/nemico è ormai insufficiente a risolvere il problema fondamentale del totalitarismo: si tratta di costruire un'umanità riunificata e purificata, non antagonista, attraverso la dimensione messianica del progetto marxista di unità nel e tramite il proletariato. Questo progetto giustifica il processo di unificazione forzata - del Partito, della società, poi dell'impero - che scarta come rifiuti coloro che non rientrano nel disegno complessivo.

Da una logica di lotta politica si scivola presto verso una logica di esclusione, quindi verso un'ideologia dell'eliminazione e, infine, dello sterminio di tutti gli elementi impuri. Come conclusione finale di questa logica c'è il crimine contro l'umanità.

L'atteggiamento di certi comunismi asiatici - Cina, Vietnam - è un po' diverso. Probabilmente la tradizione confuciana ha avuto come effetto quello di concedere più spazio alla rieducazione.

Il laogai cinese si distingue per l'istituzione che costringe il prigioniero - considerato come «allievo» o «studente» - a riformare il proprio pensiero sotto il controllo dei suoi carcerieri-professori. Ma in questo genere di «rieducazione» non c'è forse un atteggiamento meno franco e ancor più ipocrita che nell'assassinio puro e semplice?

Non è forse peggio costringere i nemici a rinnegare le proprie idee e a sottomettersi a quelle dei loro carnefici? I khmer rossi, da parte loro, hanno adottato da subito una soluzione radicale: considerando che la rieducazione di una parte del popolo era impossibile in quanto quest'ultima era troppo «corrotta», hanno deciso di cambiare popolo. Da qui lo sterminio di tutta la popolazione intellettuale e urbanizzata, anche in questo caso con la volontà di distruggere il nemico dapprima sul piano psicologico, disgregandone la personalità e imponendogli un'«autocritica» in cui si copre di disonore, senza che ciò serva comunque a evitargli la pena di morte.

I dirigenti dei regimi totalitari rivendicano il diritto di mandare a morte i loro simili e ne hanno la «forza morale». La giustificazione di base è sempre la stessa: «la necessità fondata sulla scienza». Riflettendo sulle origini del totalitarismo, Tzvetan Todorov scrive:

È stato lo scientismo e non l'umanesimo ad aver contribuito a gettare le basi ideologiche del totalitarismo. ...

Il rapporto tra scientismo e totalitarismo non si limita a una giustificazione delle azioni in virtù di una presunta necessità scientifica (biologica o storica): bisogna già praticare lo scientismo (foss'anche «selvaggio») per credere alla trasparenza perfetta della società e quindi alla possibilità di trasformare quest'ultima in rapporto al proprio ideale e per mezzo di una rivoluzione.

Già nel 1919 Trockij illustra con forza questo proposito: II proletariato è una classe storicamente in ascesa... La borghesia, all'epoca attuale, è una classe in decadenza.

Non solo non svolge il ruolo essenziale nella produzione ma, attraverso i suoi metodi imperialisti di appropriazione, distrugge l'economia mondiale e la cultura umana. La vitalità storica della borghesia è però colossale.

Si aggrappa al potere e non molla la presa. Per questo minaccia di trascinare nella sua caduta tutta la società. Per strapparle il potere dalle mani occorre tagliargliele. Il terrore rosso è l'arma impiegata contro una classe votata a morire e che non vi si rassegna.

E conclude: «La rivoluzione violenta è diventata una necessità proprio perché le esigenze immediate della storia non potevano essere soddisfatte dall'apparato della democrazia parlamentare».

Ritroviamo qui la divinizzazione della Storia, a cui tutto dev'essere sacrificato, e l'incurabile ingenuità del rivoluzionario che con la sua dialettica pensa di poter favorire l'emergere di una società più giusta e più umana ricorrendo a metodi criminali. Dodici anni più tardi Gor'kij dirà le cose in maniera ancor più brutale: «Abbiamo contro di noi tutto quello che dal punto di vista storico ha ormai il tempo contato e ciò ci da il diritto di considerarci come se fossimo sempre in una situazione di guerra civile.

Da cui deriva, ovviamente, la conclusione: se il nemico non si arrende, lo si stermina».

E Aragon, lo stesso anno, mise tutto questo in versi: «Gli occhi azzurri della Rivoluzione brillano di crudeltà necessaria». Kautsky, in compenso, aveva abbordato fin dal 1918 il problema con molto coraggio e franchezza.

Lasciando da parte ogni feticismo verbale scriveva: In realtà il nostro scopo finale non è il socialismo ma quello di abolire «ogni tipo di sfruttamento e di oppressione, che sia rivolto contro una classe, un partito, un sesso o una razza». ...

Se riuscissero a dimostrarci che abbiamo torto a non credere che la liberazione del proletariato e dell'umanità in genere possa realizzarsi unicamente o più comodamente sulla base della proprietà privata dei mezzi di produzione, allora dovremmo buttare a mare il socialismo senza per questo rinunciare al nostro scopo finale, dovremmo farlo precisamente nell'interesse del nostro scopo finale. Kautsky anteponeva chiaramente l'umanesimo allo scientismo marxista, di cui era peraltro il più eminente rappresentante.

La condanna a morte propriamente detta necessita di una pedagogia. Di fronte all'esitazione che ognuno mostra nell'uccidere il prossimo, la pedagogia più efficace consiste nel negare l'umanità della vittima, nella sua pregiudiziale «disumanizzazione».

Alain Brossat osserva giustamente: «II rito barbaro delle epurazioni, il funzionamento perfetto della macchina sterminatrice sono strettamente legati, nei discorsi e nella pratica delle persecuzioni, all'animalizzazione dell'Altro, alla riduzione dei nemici immaginari e reali allo stato zoologico». E infatti durante i grandi processi di Mosca il procuratore Vysinskì], intellettuale, giurista e uomo dalla solida formazione classica, si lasciò andare a un eccesso di «animalizzazione» degli accusati: Addosso ai cani rabbiosi! A morte la banda che nasconde al popolo i propri canini bestiali, i denti da rapace!

Al diavolo l'avvoltoio Trockij, schiumante di bava velenosa con cui inzacchera le grandi idee del marxismo-leninismo! Mettiamo nell'impossibilità di nuocere questi bugiardi, questi istrioni, questi pigmei miserabili, questi cani ringhiosi, questi cuccioli di cane che si scagliano contro un elefante! ... Sì, abbasso questa abiezione animale! Facciamola finita con questi detestabili ibridi di volpi e maiali, queste carogne puzzolenti. Che la smettano con i loro grugniti maialeschi! Sterminiamo questi cani rabbiosi del capitalismo che vogliono fare a pezzi i migliori uomini della nostra terra sovietica! Ricacciamogli in gola l'odio bestiale rivolto ai dirigenti del nostro Partito!

Fissando questa segregazione e queste classificazioni - come se fossero definitivamente stabilite e come se gli individui non potessero passare da una categoria all'altra - il marxismo-leninismo instaura il primato della categoria e dell'astrazione sul reale e sull'umano; ogni individuo o gruppo è visto come archetipo di una sociologia schematica e incorporea. Ciò rende il crimine più facile: il delatore, l'inquirente, il carnefice dell'NKVD non denuncia, non persegue, non –uccide un uomo, ma elimina un'astrazione dannosa al genere umano. La dottrina è diventata un'ideologia criminogena per il semplice fatto di negare un dato fondamentale, l'unità di ciò che Robert Antelme chiama «la specie umana» o ciò che il preambolo della Dichiarazione dei diritti umani del 1948 denomina «la famiglia umana». Forse le radici del marxismo-leninismo affondano meno in Marx che in un darwinismo degenerato applicato alla questione sociale e che finisce per ripetere gli stessi errori della questione razziale? Una cosa è certa.

Il crimine contro l'umanità è il prodotto di un'ideologia che riduce l'uomo e l'umanità a una condizione non universale ma particolare: biologico razziale o storico-sociale. Anche qui, grazie alla propaganda, i comunisti sono riusciti a far credere che il loro progetto avesse un carattere universale, che riguardasse tutta l'umanità. Spesso si è anche cercato di istituire una distinzione radicale tra nazismo e comunismo basandosi sul fatto che il progetto nazista era particolare — strettamente nazionalista e razzista —, mentre il progetto leninista sarebbe stato universalista. Nulla di più falso.

Nella teoria e nella pratica Lenin e i suoi successori hanno chiaramente escluso dall'umanità il capitalista, il borghese, il controrivoluzionario ecc. Riprendendo le parole tipiche del discorso sociologico o politico ne hanno fatto dei nemici assoluti.

E, come diceva Kautsky nel 1918, si tratta di parole «elastiche» che autorizzano a escludere dalla specie umana chi si vuole, quando lo si vuole e come lo si vuole, e che conducono direttamente al crimine contro l'umanità. Mireille Delmas-Marty scrive: «Biologi come Henri Atlan riconoscono essi stessi che la nozione di umanità supera l'approccio biologico e che la biologia ha "poco da dire sulla persona umana". ... È vero che si può benissimo considerare la specie umana come una specie animale fra tante altre, una specie che l'uomo impara da sé a fabbricare, così come già fabbrica specie animali o vegetali».

Non è forse quello che hanno tentato di fare i comunisti? L'idea dell'«uomo nuovo» non è al centro del progetto comunista? Dei Lysenko megalomani non hanno cercato di creare, oltre a nuove specie di mais o di pomodoro, una nuova specie umana? Questa mentalità scientistica della fine del XIX secolo, contemporanea al trionfo della medicina, ha ispirato a Vasilij Grossman quest'osservazione sui capi bolscevichi: «Un carattere del genere si comporta in mezzo all'umanità come un chirurgo nei reparti di una clinica.... La sua anima è nel suo bisturi. L'essenza di uomini simili sta nella fede fanatica nell'onnipotenza del bisturi.

Il bisturi chirurgo è il grande teorico, il leader filosofico del XX secolo, è spinto fino alle estreme conseguenze da Poi Fot che, con una spaventosa operazione chirurgica, ha amputato la parte «incancrenita» del popolo - il «nuovo popolo» - e conserva la parte «sana», il «vecchio popolo». Per quanto folle possa sembrare, l'idea non è nuova. Già negli anni Settanta dell'Ottocento Petr Tkacèv, rivoluzionario russo e degno emulo di Necaev, proponeva di sterminare tutti i russi che avessero più di 25 anni in quanto non idonei a realizzare l'ideale rivoluzionario. Nella stessa epoca, in una lettera a Necaev, Bakunin s'indignava di questa idea folle: «II nostro popolo non è un foglio bianco su cui ogni società segreta può scrivere ciò che le pare, per esempio il suo programma comunista». È vero che l'Internazionale acclama: «Facciamo tabula rasa del passato» e che Mao si paragonava a un poeta geniale che scriveva in bella grafia sul sopra citato foglio bianco. Come se una civiltà plurimillenaria potesse essere considerata un foglio bianco! II terrore che abbiamo evocato è stato sì fondato in URSS sotto Lenin e Stalin, ma comprende un certo numero di costanti che si ritrovano, a un diverso grado d'intensità, in tutti i regimi che si richiamano al marxismo-leninismo. Ogni paese o partito comunista ha vissuto una sua storia specifica, con le sue particolarità locali e regionali, i suoi casi più o meno patologici, ma essi si sono sempre inquadrati nella matrice elaborata a Mosca a partire dal novembre 1917, che ha quindi imposto una specie di codice genetico. Come comprendere gli attori di questo sistema terrificante? Avevano caratteristiche particolari? Sembra che ogni regime totalitario abbia suscitato delle vocazioni e abbia saputo scoprire e promuovere gli uomini in grado di farlo funzionare.

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Il caso di Stalin è singolare. In campo strategico è stato un degno erede di Lenin, capace di osservare un caso locale e abbracciare una situazione mondiale.

E probabilmente, agli occhi della Storia, apparirà come il più grande uomo politico del XX secolo, essendo riuscito a innalzare la piccola Unione Sovietica del 1922 al rango di superpotenza mondiale e a imporre per decenni il comunismo come alternativa al capitalismo. Fu anche uno dei più grandi criminali di un secolo peraltro ricco di carnefici di alto livello.

Bisogna forse vedere in lui un novello Caligola, stando a quanto scrivevano Boris Suvarin e Boris Nikoiaevskij nel 1953?

I suoi atti erano quelli di un puro paranoico, come lasciava intendere Trockij? Non erano invece quelli di un fanatico estremamente dotato per la politica e a cui ripugnavano i metodi democratici? Stalin è andato fino in fondo al processo avviato da Lenin e caldeggiato da Necev; ha fatto ricorso a mezzi estremi per condurre una politica estrema.

Il fatto che Stalin abbia deliberatamente scelto la via del crimine contro l’umanità come modo di governo ci rimanda anche alla dimensione propriamente russa del personaggio. Osseto del Caucaso, tutta la sua infanzia e l'adolescenza sono state ritmate dalle storie dei briganti dal cuore d'oro, gli abrék, montanari caucasici che erano stati banditi dal loro clan o che avevano prestato giuramento di una sanguinaria vendetta, combattenti mossi dal coraggio della disperazione.

Lui stesso adottò lo pseudonimo «Koba», dal nome di uno di quei mitici principi briganti, una sorta di Robin Hood ;che si prendeva a cuore la sorte delle vedove e degli orfanelli. Ebbene, nella sua lettera di rottura con Necaev/Bakunin scrive: Ricordate come vi arrabbiavate quando vi definivo abrek, e il vostro catechismo un catechismo da abrek; dicevate che tutti gli uomini devono comportarsi così, che l'abnegazione totale e la rinuncia a tutti i bisogni personali, a tutte le soddisfazioni, a sentimenti, affetti e legami devono essere lo stato normale, naturale e quotidiano di tutti, senza eccezioni. Della vostra crudeltà piena di abnegazione e del vostro estremo fanatismo volete fare, anche adesso, una regola di vita della comunità.

Volete delle insulsaggini, delle cose impossibili, la negazione totale della natura dell'uomo e della società. Malgrado il suo impegno rivoluzionario totale, Bakunin aveva percepito fin dal 1870 che anche l'azione rivoluzionaria deve sottomettersi a certi fondamentali obblighi morali.

Il terrore comunista è spesso stato paragonato a quello inaugurato dalla Santa Inquisizione cattolica nel 1199. E qui il romanziere ci illumina forse meglio dello storico. Nel suo magnifico romanzo La Tunique d'infamie Michel del Castillo osserva: «II fine non è quello di torturare o di bruciare: esso consiste nel porre le domande giuste. Nessun terrore senza verità, che è il suo fondamento. Se non si possedesse la verità, come si riconoscerebbe l'errore? ... Dal momento in cui si ha la certezza di possedere la verità, come risolverai a lasciare il prossimo nell'errore?». La Chiesa prometteva il perdono del peccato originale e la salvezza nell'aldilà oppure il fuoco di un inferno sovrannaturale. Marx credeva a un'autoredenzione prometeica dell'umanità.

Fu il sogno messianico del «Sol dell'avvenire». Ma, per Leszek Kolakowski, l'idea che il mondo esistente è talmente corrotto che sia impensabile migliorarlo e che, proprio per questo, il mondo che gli succederà apporterà il massimo di perfezione e di liberazione, ebbene questa idea è una delle aberrazioni più mostruose della mente umana. ... Certo, questa aberrazione non è un'invenzione della nostra epoca; ma bisogna riconoscere che nel pensiero religioso che contrappone alla totalità dei valori temporali la forza della grazia sovrannaturale essa è molto meno abominevole che non nelle dottrine «terrene», che ci garantiscono la salvezza passando d'un sol balzo dall'abisso dell'inferno alle cime celesti.

Ernest Renan aveva probabilmente visto giusto quando, nei suoi Dialoghi filosofici, considerava che per garantirsi il potere assoluto in una società di atei non bastasse più minacciare i refrattari del fuoco di un inferno mitologico ma occorresse instaurare un «inferno reale» un campo di concentramento atto a piegare i rivoltosi e a intimidire tutti gli altri e retto da una polizia speciale, composta da individui privi di scrupoli morali e interamente votati al potere costituito, delle «macchine obbedienti, disposte alle peggiori crudeltà». Nel 1953, dopo la liberazione della maggior parte dei prigionieri del gulag, e anche dopo il XX Congresso del PCUS, se una certa forma di terrore non era più all'ordine del giorno il principio del terrore funzionava lo stesso e continuava a essere efficace. La memoria del terrore bastava a paralizzare le volontà, come ricorda Amo Kuusinen: Perché?

È il ricordo di questo terrore che pesava sugli animi, nessuno sembrava credere che Stalin fosse davvero scomparso dalla circolazione. Non c'era quasi famiglia a Mosca che non avesse dovuto soffrire per le sue persecuzioni, e tuttavia non se ne parlava mai. E così, per esempio, che io stesso non evocavo mai in presenza di amici i ricordi della prigione e del campo.

Ed essi non mi facevano mai domande. La paura era troppo profondamente radicata nel loro animo. Se le vittime portavano in permanenza questa memoria del Terrore, i carnefici continuavano a basarsi su di essa. In pieno periodo brezneviano l'URSS stampò un francobollo che commemorava il cinquantesimo anniversario della Ceka, pubblicando una raccolta in suo omaggio.

Per concludere, lasciamo un'ultima volta la parola a Gor'kij, nel suo necrologio di Lenin del 1924: Una mia vecchia conoscenza, un operaio di Sormov, un uomo dolce, si lamentava che era duro lavorare per la Ceka. Gli ho risposto: «Mi sembra anche che non faccia per lei, che non sia nel suo carattere». Ne convenne tristemente: «No, assolutamente».

Ma dopo averci pensato su, aggiunse: «Tuttavia, quando penso che sicuramente anche Ilic si troverà spesso costretto a trattenere l'anima per le ali, ho vergogna della mia debolezza». Capitava davvero, a Lenin, di «trattenere l'anima per le ali»?

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Badava troppo poco a se stesso per parlare di sé con gli altri; sapeva tacere sulle segrete tempeste della sua anima meglio di chiunque altro. Una volta, però, accarezzando dei bambini, mi disse: «La loro vita sarà migliore della nostra; molto di ciò che abbiamo vissuto gli sarà risparmiato. La loro vita sarà meno crudele». E guardando lontano soggiunse pensieroso: «E comunque non li invidio.

La nostra generazione ha portato a termine un compito straordinario per la sua portata storica.

La crudeltà della nostra vita, imposta dalle circostanze, sarà capita e perdonata. Tutto sarà capito, tutto!». Sì, tutto comincia a essere capito, ma non nel senso in cui l'intendeva Vladimir Ilic Ul'janov. Cosa resta oggi di quel «compito straordinario per la sua portata storica»?

Non un'illusoria «costruzione del socialismo», ma un'immensa tragedia che continua a pesare sulla vita di centinaia di milioni di uomini e che caratterizzerà l'entrata nel terzo millennio. Vasiirj Grossman, il corrispondente di guerra di Stalingrado, lo scrittore che si vide confiscare dal KGB il manoscritto della sua opera principale e che ne morì, ne trae comunque una lezione di ottimismo che facciamo nostra: II nostro è il secolo della massima violenza dello Stato sull'uomo. Ma ecco in che cosa stanno la forza e la speranza degli uomini. Proprio il XX secolo ha fatto vacillare il principio hegeliano del progresso storico mondiale: «Tutto ciò che è reale è razionale», un principio che i pensatori russi dello scorso secolo assimilarono in ansiose discussioni decennali.

E proprio oggi, capovolgendo la legge di Hegel, nell'epoca del trionfo della potenza dello Stato sulla libertà dell'uomo, i pensatori russi dei lager, chiusi nei loro giubboni imbottiti, sono andati preparando il supremo principio della storia mondiale: «Tutto ciò che è disumano è assurdo e inutile». Sì, sì, sì, nell'epoca del pieno trionfo della disumanità, è divenuto evidente che tutto ciò che viene creato dalla violenza è insensato e inutile, esiste senza avvenire, non lascia traccia.

Tratto e sintetizzato liberamente da « Il libro nero del comunismo » ed. Mondadori – tutti dovremmo possedere un tale lavoro scientifico nelle nostre librerie.


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Lorenzo Scarola ordina con effetto immediato, nel nome e per il sangue di Gesù Cristo, tutto il bene e tutto il male, secondo quello che ognuno avrà meritato:
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Lorenzo Scarola rappresentante di JHWH è disponibile per costruire il terzo Tempio Ebraico sul Monte degli Ulivi come è già stato annunciato dai profeti.
Questo Tempio aprirà il più bel periodo di pace, prosperità e "risveglio" che il genere umano abbia mai conosciuto, insomma si tratta dell'ultima fase del genere umano dedicata allo Spirito Santo.

Lorenzo Scarola dedica questo lavoro al suo Dio Spirito Santo.

  • 1- saluto Nicolò Bellia e all'antropocrazia.

  • 2- saluto tutti gli uomini di "buona volontà"

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il vero volto dell'istituzione

Il signoraggio bancario è il nostro

più alto simbolo istituzionale OCCULTATO disonestamente e criminosamente al popolo, questo è il VERO motivo di tutti i MALI che affliggono la nostra falsa democrazia venduta dai massoni ai banchieri ebrei dal suo sorgere.

Pertanto, tutto il Pianeta è fondato sull'immoralità ideologica quanto economica.
Poiché gli illuminati perseguono il progetto di un uomo animale asservito totalmente ("il potere corrompe, ma il potere assoluto corrompe totalmente!"), ecco che essi commettono un crimine mai commesso fino ad ora: CRIMINE di ESTINZIONE SPIRITUALE di tutto il genere umano.

Questo è il più grave Delitto di LESA Maestà e violazione criminale dei principi Costituzionali di base.

Per questo, adesso si cerca di manipolare anche la Costituzione unico nostro baluardo al diritto già criminalizzato.






Nota: REVISIONISMO STORICO

Il problema dei nostri giorni non è quello della complessità e che bisogna studiare molto e moltissimo per poter capire qualcosa.
Ma che bisogna saper cercare nella contro-informazione quelle fonti "genuine" che non ci facciano cadere nella "fosso" del depistaggio.
Una schiera sterminata di "mangia pagnotte S.p.A.", ovvero di: funzionari, massoni, politici e di docenti universitari collaborazionisti del signoraggio bancario, ora hanno reso davvero difficile, non solo la comprensione reale della storia nei suoi avvenimenti, ma anche e soprattutto, rendono incomprensibile la stessa realtà che ci circonda.


Allora, veniamo al dunque:
"sei disposto a sacrificare la vita come me, oppure preferisci dare un contributo economico? Oppure, appartieni al popolo dei vigliacchi e preferisci nasconderti e fuggire dalle tue responsabilità? In questo caso degradante e vergognoso, come potrai sfuggire alle mie maledizioni? E comunque ti parlo così perché sei gia nella trappola di
"Questo sistema criminale e parassitario del fondo monetario internazionale di Ali Baba e dei suoi 40 ladroni di Banchieri Ebrei S.p.A., questi non solo non vi concederanno alcuna speranza, ma vi stanno gia portando al disastro totale NUCLEARE! SVEGLIATI BAMBOCCIONE!"

IBAN : IT33E0358901600010570347584,(non detraibili e non deducibili)
Reagite per voi stessi e per i vostri figli!
Quanto a me, io sono solo un contadino, che ha molti figli dal polo Sud al polo Nord e per questo deve MOLTO zappare, MOLTO seminare e Molto faticare per sfamarli tutti, perché a nessuno di loro venga negato il diritto alla VITA!
Per gli "illuminati" e gli USA, la guerra è una necessità così indispensabile che farebbero la guerra pure contro se stessi, e infatti sono capaci di inventarsi dei nemici immaginari come per esempio un certo Bin Laden che non ne sa niente:
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